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Traduzione, transfemminismo e rivoluzione

Intervista a Laura Fontanella, autrice de Il corpo del testo e parte del collettivo editoriale Asterisco Edizioni

Abbiamo intervistato Laura Fontanella, traduttrice e attivista, che ha pubblicato nel 2020 Il corpo del testo un volume in cui delinea i principi di una pratica traduttiva transfemminista e queer. Laura ha anche co-fondato la casa editrice indipendente Asterisco Edizioni, che ha un preciso taglio politico ovvero, come loro stessǝ dicono, quello di tradire «la norma sessuale e di genere, traendo dalle zone d’ombra della realtà la propria forza». Ed è proprio di pratiche traduttive rivoluzionarie che abbiamo voluto parlare con lei, costruendo una conversazione in cui il nostro sguardo viene messo in discussione e ci auguriamo possa accadere lo stesso con il vostro.

Prima di iniziare a parlare di traduzione ci sembra necessario parlare di lingua e di come questa possa veicolare il sessismo presente nella nostra società. Ultimamente c’è stato un dibattito piuttosto acceso sul linguaggio visibilizzante che usa anche soluzioni come lo schwa. La reazione del pubblico è stata, per lo più, quella di arroccarsi su posizioni conservatrici. Secondo te perché queste proposte vengono vissute come un attacco? Lo trovi rilevatore di come la lingua si intersechi con la sfera politica?

Sebbene se ne parli molto in questo periodo specifico, la questione della lingua è una questione che viene posta, oramai, da molto tempo. Già con il femminismo della prima ondata, quello degli anni sessanta e settanta, furono diverse le femministe che si interrogarono su come l’assenza linguistica delle donne potesse influire sul loro potere e sul loro ruolo sociale e sulla misura in cui la loro assenza nei contesti sociali, culturali, politici ed economici, potesse portare o avesse già portato ad una marginalizzazione se non addirittura ad una invisibilizzazione linguistica. La questione della lingua affrontata dalle femministe della prima ondata, tuttavia, non riguardava solo i processi di suffissazione delle professioni ritenute tipicamente maschili ma anche, a tutto tondo, i sistemi di narrazione del potere; si interessava cioè di come la narrazione venisse costruita appositamente per mettere le donne se non apertamente in cattiva luce, in un angolo. 

La questione della narrazione è sempre stata grandemente importante perché permette diverse intersezioni. Se la lingua è uno strumento che da sempre è stato nelle mani del potere etero-cis-bianco-borghese-abile-neurotipico, ecco che non solo la narrazione sulle soggettività escluse sarà sessista, ma sarà probabilmente anche intrisa di contenuti omo-bi-lesbo-trans-queer fobici, di razzismo, di abilismo, di classismo.
La questione della lingua, quindi, è molto più estesa di quanto forse oggi si creda e, purtroppo, sebbene gli strumenti di suffissazione altra siano estremamente utili per cominciare a rompere, a interferire, a disturbare il discorso del potere, manifestando apertamente la presenza di soggettività altre, è altresì vero che è ancora tremendamente necessario intervenire sulla narrazione in senso ampio, sulla scelta lessicale, sui significati che vengono trasmessi, sui contenuti, e soprattutto sui processi di sussunzione delle narrazioni non dominanti da parte del potere. 

Nella fattispecie, alcune persone che di fronte a queste prese di posizione – dalla suffissazione femminile, alla suffissazione mediante segni tipografici altri come lo schwa e prima ancora l’asterisco, la chiocciola, la lettera x – reagiscono negativamente, trovano maggior conforto nella longeva stabilità linguistica, ignorando il pieno potenziale politico della rivendicazione linguistica, focalizzandosi sull’aspetto formale. Chi detiene il potere avrà sempre timore anche del più piccolo cambiamento. 

Se la lingua può essere sessista di conseguenza anche la traduzione può essere sessista. Qual è l’importanza di avere una traduzione che si voglia scevra dal sessismo? Che ruolo gioca la traduzione nel processo di cambiamento della lingua? Traduzione può essere rivoluzione?

Tradurre è un lavoro che riguarda la manipolazione delle parole da una lingua fonte ad una d’arrivo, è sempre stato un processo oggetto d’indagine, sito di conflitti e non ultimo un altro eventuale strumento nelle mani del potere. A partire dagli anni sessanta, alcune femministe canadesi che vivevano una condizione di bilinguismo cominciarono a interrogarsi proprio sulla traduzione e su come renderla, invece, uno strumento politico di resistenza al patriarcato. Furono molti gli esperimenti linguistici e traduttivi che svolsero in quegli anni: provarono ad evidenziare il loro operato in traduzione, a rendersi visibili in quanto traduttrici – dal momento che per secoli erano state bistrattate e che per altrettanti secoli, il loro lavoro doveva esser invisibile per essere pienamente apprezzato. Ma non solo: provarono, traduzione dopo traduzione, a sottolineare la presenza delle donne, attraverso scelte linguistiche precise e oculate che potessero trasmettere i loro significati femministi da un testo all’altro. Alcune delle loro prime sperimentazioni furono particolarmente invasive tanto da poter essere considerate vere e proprie riscritture. Ma cos’è la traduzione se non una riscrittura? Successivamente, con lo slittamento verso una maggiore intersezionalità e l’emersione della queerness nei linguaggi, le domande circa la traduzione come strumento politico rivoluzionario si ampliarono. Spesso in troppi testi tradotti mancavano diversi elementi specifici che nel testo fonte invece comparivano. Spesso, questa mancanza, non era data dalla genuina perdita di elementi in traduzione, non aveva a che fare con ciò che diviene “lost in translation” ma si trattava o di omissioni gravi date dall’ignoranza politico sociale della persona che stava traducendo, da una certa malizia dettata dal voler omettere deliberatamente alcuni elementi – è il caso di alcuni sistemi letterari in cui, per esempio, si tende a censurare gli aspetti omoerotici o omoromantici – o da un posizionamento conservatore della casa editrice che operava censure a vario livello sul lavoro della persona traducente. 

Chi traduce ha grandi, enormi responsabilità. Ha la responsabilità non solo di leggere quel che c’è scritto nel testo fonte e di comprenderlo ma deve assicurarsi di fare ogni cosa in suo potere per non perdere quegli elementi politici e sociali che rendono il testo specifico. Un esempio cardine che di solito propongo, e di cui parla approfonditamente Annarita Taronna nel suo testo sulla traduzione e il genere, Pratiche traduttive e Gender Studies, riguarda l’Orlando di Virginia Woolf. Nella trasformazione di genere di Orlando, in inglese, la pronominazione cambia coerentemente con il personaggio. Tuttavia, c’è un passaggio in cui Virginia Woolf, riferendosi alla trasformazione/transizione di Orlando, usa il pronome they in “their faces”, i suoi volti. In alcune traduzioni, questa condizione molteplice, è stata perduta, è stata omessa, resa cioè con l’espressione “i due volti”, facendola ricadere in un binarismo piuttosto limitante. 

La traduzione, quindi, gioca un ruolo fondamentale sia linguisticamente che culturalmente sotto molti aspetti. Da una parte ci permette di importare testi che altrimenti non leggeremo mai; permette una costante contaminazione di saperi, idee, un continuo scambio anche politico. Dall’altra, ci permette di interrogarci sulla lingua nostra e quella altrui, di comprendere meglio quanto le parole contino. Che storia leggeranno le persone in Italiano? Sarà una storia tanto diversa da quella fonte e perché? Come posso, io, con le mie forze, smontare ciò che, mio malgrado, ho interiorizzato? Come possono non cadere in omissioni sessiste, razziste, omobilesbotransfobiche, abiliste o classiste mentre traduco? Sicuramente avere grande consapevolezza delle proprie oppressioni e delle oppressioni che non si vive sulla propria pelle è assolutamente necessario. 

Più che parlare di traduttori sarebbe il caso di parlare di traduttrici visto che è un mestiere svolto per lo più da donne. Probabilmente perché è un mestiere di cura, in quanto la traduttrice deve curare il testo e spesso viene invisibilizzata, di fatti raramente nei libri troviamo il nome della traduttrice in copertina. L’adagio che spesso si sente nell’ambiente “Il traduttore è invisibile” è stato ampiamente criticato dalla corrente femminista che ha mostrato come questo concetto serva a rendere invisibili le traduttrici che spesso si trovano a lavorare in condizioni di sfruttamento. Secondo te nel mercato editoriale italiano attuale sta cambiando qualcosa per le traduttrici? Si sta rivalutando questo mestiere dando alle lavoratrici la dignità e l’importanza che meritano?

Sicuramente il settore della traduzione è attraversato da molte donne cisgender. La storia di questa tendenza, ovviamente, affonda le radici nel passato e nel patriarcato. Anziché dar loro accesso alla vita culturale e letteraria a pieno titolo, le donne, nei secoli precedenti, venivano spesso relegate al lavoro di traduzione che, infatti, veniva ritenuto un lavoro piuttosto banale in cui non era necessario “metter del proprio”. La traduzione migliore era quella aderente al testo, la traduttrice migliore quella che, appunto, riusciva a rendersi invisibile. Ancora oggi, il lavoro di traduzione viene grandemente sottovalutato. Essendo un lavoro che storicamente è stato muliebre, si pensa di potervi pontificare sopra senza alcuna competenza – cosa che, del resto, si fa anche con altri lavori tipicamente femminili e che coinvolgono il lavoro di cura. Tuttavia, sebbene questa sia la premessa, qualche cambiamento all’orizzonte sembra esserci. Molte case editrici, non solo riconoscono il lavoro professionale della traduzione ma comprendono anche quanto questa figura professionale sia fondamentale, mettendola in copertina. Si tratta sicuramente di un processo lento, di costante sensibilizzazione, di lotta collettiva. Sarebbe importante, per dare una svolta ancora più definitiva al mondo editoriale, che le persone coinvolte nell’atto traduttivo si sindacalizzassero, e che tutte assieme, come parte di una classe, portassero avanti comuni istanze e vertenze. La frammentazione di classe, assieme all’idea che tradurre sia un lavoro solitario, da compiere per conto proprio, la competizione e la concorrenza, rendono questo traguardo ancora molto lontano.

Come può la traduttrice porsi nei confronti del testo in modo liberatorio, senza cadere trappola di alcuni stereotipi ancora ben presenti in campo traduttivo e fortemente legati al genere (ad esempio tradurre è tradire, le traduzioni sono come le donne se sono brutte sono fedeli, se sono belle sono infedeli)?

Innanzi tutto, smontando lo stereotipo che vuole relegare la traduzione ad un lavoro solitario. Esistono altri modi di tradurre, modalità diverse dal lavorare per conto proprio, nella propria stanza, nel più completo isolamento. Esistono modi che non solo permettono di lavorare in compagnia ma che, soprattutto, permettono di avere uno sguardo più completo sul testo. Tradurre con altre persone ci permette di discutere delle nostre scelte traduttive, mettendole costantemente in discussione e, per tanto, ci permette di aprire gli occhi su quanto abbiamo interiorizzato. La traduzione collettiva, compiuta in modo orizzontale, per esempio, può essere un buon modo per cominciare a prendere coscienza della propria condizione, delle proprie oppressioni o delle oppressioni che un’altra persona vive. Tradurre insieme ad altre persone fa sì che la traduzione possa conservare più aspetti che, altrimenti, dipendesse da noi, andrebbero perduti, e che, al contrario, vengono salvati grazie ad una sensibilità altra dalla nostra a cui scegliamo di accostarci. È sicuramente necessario lasciarsi alle spalle quegli stereotipi secolari che riguardano l’atto del tradurre: smontiamo, quindi, il concetto stesso di fedeltà, quello dell’invisibilità, smontiamo le gerarchie che vogliono l’Autore – maschio cis-etero, abile, ricco e bianco – sempre in cima alla piramide sociale, smontiamo questo rapporto di sudditanza e di subalternità con chi traduce.

Nel tuo libro, Il corpo del testo, poni le basi per una traduzione transfemminista queer. Ci puoi spiegare cosa vuol dire e come la traduzione transfemminista si differenzia da quella femminista?


La traduzione femminista degli anni sessanta e settanta era una traduzione che, per sua origine e collocazione, nasceva da ambienti separatisti e differenzialisti. Lo scopo della traduzione femminista di quel periodo era, in sostanza, far emergere le donne cisgender, prevalentemente bianche, nel discorso in traduzione. La traduzione transfemminista queer ha uno sguardo intersezionale, capace di prendere in considerazione altre oppressioni, tutte le soggettività ai margini: siano esse persone trans, persone queer nell’accezione più ampia del termine, razzializzate, grasse, povere […] La traduzione transfemminista non si occupa solo di far emergere le donne in quanto tali ma amplia lo sguardo e, consapevole del potere e delle sue sfaccettature, opera per far in modo che tutte le identità oppresse vengano a galla, emergendo legittimamente nel testo tradotto. Tradurre secondo quest’ottica, significa prestare attenzione a trecento sessanta gradi e, di conseguenza, è un approccio traduttivo che richiede una certa conoscenza delle oppressioni e delle dinamiche che il potere innesta su chi non è conforme. 

La traduzione collettiva, compiuta in modo orizzontale, per esempio, può essere un buon modo per cominciare a prendere coscienza della propria condizione, delle proprie oppressioni o delle oppressioni che un’altra persona vive.

L’approccio transfemminista queer alla traduzione spesso viene associato a saggi o comunque a libri per adulti. Qual è l’importanza di questo approccio nella letteratura per l’infanzia?

L’approccio transfemminista queer alla traduzione è un approccio che abbraccia ogni genere letterario e non solo la saggistica per persone adulte. Per farvi un esempio, di recente ho tradotto per la casa editrice Settenove che si occupa di prevenzione alla violenza di genere, un libro per quattordicenni dal titolo Consenso, possiamo parlarne? di Justin Hancock, educatore alla sessualità e all’affettività – e illustrato da Fuchsia MacAree. Il testo inglese, non solo è scritto verso un generico “you”, “tu” in Italiano, ma è ricco di espressioni che, in inglese sono gender neutral e che, in Italiano, tendenzialmente verrebbero declinate secondo i sistemi di suffissazione femminile o maschile. In questo contesto, è stata una bella impresa sforzarsi di rendere la traduzione italiana neutra e cioè accessibile a chiunque desiderasse leggere il libro, senza che vi fossero marcatori specifici che limitassero il genere della persona target. 

Fingiamo per un momento che si fosse trattato, invece, di un albo illustrato come Julian is a Mermaid, di Jessica Love, in cui, il personaggio principale sperimenta il proprio genere indossando foulard, tessuti e gioielli della nonna, asserendo di voler “essere una sirena”. Julian “is a boy” e i suoi pronomi sono “he\him”.
Cosa avremmo dovuto fare se, invece, avesse usato i pronomi femminili? O neutri? O altri ancora?
Nel testo, la nonna si riferisce a lui usando termini della sua lingua genitoriale, lo spagnolo, chiamandolo “mijo”. Come porsi di fronte a questo elemento specifico? Mantenerlo creando un senso di straniamento oppure tradurlo, forse appiattendolo? Come soggettività bianche, come possiamo scegliere se non appellandoci ad un’altra persona che abbia vissuto su di sé una situazione simile a quella di Juliàn, la dimensione del bilinguismo, della queerness in senso culturale?

L’approccio transfemminista è una postura, è come una lente attraverso cui leggiamo il mondo, ogni suo genere letterario.

Nel libro delinei anche i limiti della traduzione transfemminista queer quando arriva ad avere a che fare con ambienti non occidentali. Possiamo dire che quando si parla di traduzione transfemminista non si deve solo tenere a mente il superamento del binarismo di genere nella lingua ma anche l’oppressione di altre soggettività?

Tradurre è cosa delicata. Oltre il contesto occidentale e oltre la lingua inglese che ci ha dato molti termini con cui, oggi, descriviamo identità di genere e sessualità, c’è un mondo intero che a noi, ottusamente, rimane sconosciuto. Un mondo intero di identità di genere che non sono né devono essere traducibili in inglese, che non possono essere tradotte con il termine queer perché Altre culturalmente, perché distanti da noi e perché originatesi in contesti altri di cui non sappiamo nulla a causa del nostro eurocentrismo e\o a causa dell’eurocentrismo della nostra educazione. Per tanto, è necessario prestare attenzione anche a questi aspetti: l’inglese ma anche l’italiano possono appiattire in traduzione storie di popoli, invisibilizzare processi coloniali, fatti di violenze e soprusi, storie personali e politiche. 

Le piccole case editrici si trovano dunque a dover affrontare il peso intellettuale di una discussione queer e transfemminista, che però tu riconosci rischia di essere percepita come elitaria e dunque non fruibile dal grande pubblico, che pur si interessa molto a questi temi. Fai l’esempio di testi come Sposati e sii sottomessa che, col suo messaggio antifemminista, ma con un linguaggio semplice, è riuscito a vendere molte copie in Italia. Come credi si possa riuscire a parlare al pubblico italiano? Se ci proclamiamo anticlassistǝ e antielitariǝ come mai non riusciamo ad arrivare a tuttǝ? 

Non riusciamo ad arrivare a tutte le persone perché la lingua che parliamo, i contenuti che veicoliamo, il modo in cui raccontiamo certe storie, sono ancora troppo distanti dal mondo pratico, avvolte da un’aura classista ed elitaria che poco ha da dire alle persone migranti che vivono ai margini, alle persone più precarie la cui, giustamente, unica preoccupazione è come tirare a campare. Credo che per arrivare a tutte le persone, specie a quelle che sono oppresse e che possono essere nostre alleate, sia importante ripartire dalla praticità, dalla materialità delle esigenze, dei corpi, della vita. 

Per quanto riguarda, invece, Sposati e sii sottomessa, penso che il suo successo sia dovuto, più che ad un linguaggio semplice a contenuti assolutamente in linea col patriarcato, e per questo motivo apprezzati dalla maggior parte delle persone che, in quel linguaggio semplice e in quei concetti vecchi millenni trovano la sicurezza e la stabilità millenaria che tanto è loro cara. La semplicità del linguaggio, in questo caso, è una trappola: serve a sottolineare il paradigma per cui il patriarcato è semplice, affidabile, trasparente. Ogni questione legata al mondo transfemminista queer, di conseguenza, è complessa, sinistra, frammentaria, instabile. 

A marzo 2021 si è scatenata su Twitter una polemica che ha infiammato il mondo della traduzione: la casa editrice Meulenhoff aveva scelto il poeta ventinovenne Marieke Lucas Rijneveld per tradurre la nuova raccolta di poesie di Amanda Gorman in olandese. Rijneveld aveva postato la notizia dell’incarico con entusiasmo, ma moltǝ utentǝ non hanno gradito che fosse una persona bianca a occuparsi di tradurre una donna nera, considerando che le poesie trattano di discriminazione razziale da un punto di vista ben preciso. Partendo da questa polemica, secondo te, ci sono dei tipi di soggettività, che in quanto persone bianche e cisgender, non possiamo permetterci di tradurre? E perché? 

Credo che sia ora di porre questa domanda a delle persone nere. 

Fai parte del collettivo editoriale di Asterisco Edizioni, casa editrice indipendente che porta avanti le battaglie transfemministe. In quanto parte di una realtà indipendente, ci puoi dire come si riesce a emergere in un sistema che ti è contro? Cosa può fare chi legge per sostenere voi e realtà come la vostra?

Sicuramente, come casa editrice indipendente che ha scelto di non vendere i propri testi su Amazon e che ha deciso di compiere scelte politiche precise, l’essere una piccola realtà editoriale in un sistema capitalista che premia chi ha molte riserve economiche assieme ad una buona dose di spregiudicatezza, non è semplice. Tuttavia, come scriviamo anche sul nostro sito, “scegliere di dotarsi di alcuni principi non significa pensare di poter cambiare lo status quo del sistema attuale; rimaniamo consapevoli di altre contraddizioni con cui ci scontreremo, così come le altre esperienze indipendenti editoriali si scontrano quotidianamente. Tra queste, la problematica questione della distribuzione dei libri tramite servizi di trasporto e logistica, o ancora la ricerca dell’equilibrio economico per tenere vivo il progetto: a tutte queste domande risponderemo strada facendo e in base alle nostre possibilità materiali, mettendo al primo posto la qualità del lavoro e dei libri che produciamo”. Per sostenerci, in questo sistema capitalista, basta leggere, parlare, discutere e condividere i nostri libri che sono volutamente in licenza Creative Commons.  

Fare parte di un collettivo che agisce e decide in modo orizzontale ha sicuramente un peso politico visto la società gerarchica e capitalista in cui viviamo. Quale pensi che sia la portata rivoluzionaria e anticapitalista di questo modo di organizzarsi e lavorare? 

Arrivando dall’esperienza dei collettivi politici di Milano, Roma e Bologna, per noi del collettivo editoriale Asterisco Edizioni è stato automatico darsi questa forma. Con la formula del collettivo, cerchiamo di destrutturare le gerarchie e i ruoli di potere all’interno del gruppo e, attraverso i momenti di autocoscienza, manteniamo aperto un dialogo costante tra di noi, cercando di avere sempre il polso del benessere delle altre persone che partecipano al gruppo. Sicuramente la nostra metodologia risulterà più lenta rispetto ai sistemi classici di suddivisione dei ruoli, dei compiti e delle posizioni: tuttavia, è questo il modo con cui ci sentiamo più a nostro agio personalmente e politicamente, anche se i sistemi dominanti vorrebbero che ci muovessimo e strutturassimo in altra maniera. 

Laura Fontanella è traduttrice freelance, editor, e insegnante di lingua e letteratura inglese, cofondatrice di Asterisco Edizioni. Ha pubblicato Il corpo del testo. Elementi di traduzione transfemminista queerPer Routledge, ha scritto un saggio contenuto nel volume “The Routledge Handbook of Translation, Feminism and Gender”. Ha creato il laboratorio “Gender in Translation”, oggi ospitato dall’agenzia di traduzione torinese Words in Progress.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/admin/" target="_self">Il Femminismo Tradotto</a>

Traduzione a cura di: Il Femminismo Tradotto

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