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la cultura dello stupro: cos’è e come fermarla

Nella nostra società la colpevolizzazione della vittima e lo slut-shaming preparano il terreno alla cultura dello stupro che può così prosperare.

Di tanto in tanto, quando sono annoiata mi piace leggere i commenti ai post di Facebook o sotto i video di YouTube solo per vedere cosa pensano le persone nel resto del mondo del mondo dei problemi sociali, delle nuove tecnologie o delle ultime notizie di cronaca. Non è proprio questa la bellezza dei social media? Non è bello sapere che cosa pensa Gertrude (67 anni) del Connecticut di quel nuovo ristorante a New York che serve solo ed esclusivamente biscotti? Sì, lo è.

Purtroppo però la sezione commenti ha anche un lato molto più oscuro, che di solito non compare sotto i video e gli articoli sui biscotti. Questo aspetto invece si manifesta quando vengono trattati temi più seri come la violenza sessuale, la violenza domestica o l’abuso di minori. Ad esempio, mentre stavo guardando un video sul processo di Larry Nassar, il medico della squadra olimpica di ginnastica artistica americana che molestava sessualmente le sue pazienti, ho deciso di aprire i commenti. Stavo ascoltando le coraggiose testimonianze delle vittime e in mezzo alle varie espressioni di sostegno c’erano anche esternazioni del genere:

«Fare ginnastica artistica è come fare uno SPOGLIARELLO o la POLE DANCE. Ragazzine che saltellano seminude e che vengono valutate in base a quanto tempo riescono a mantenere una posizione DEL KAMASUTRA. È UGUALE. Se si gioca col fuoco, ci si scotta. Perché mai un genitore dovrebbe permettere a sua figlia di fare una roba del genere?»

Questo tipo di commenti non sono rari, anzi sono ovunque, sotto ogni post, articolo o video che discuta di abusi sessuali. I commenti che riporto qui di seguito si riferiscono allo stupro di uno studente da parte della sua insegnante:

«Deve essere bello andare a scuola al giorno d’oggi. Con tutte queste insegnanti che fanno sesso con i loro studenti (a volte più di uno), scommetto che i ragazzi fanno a gara per diventare la prossima “vittima”».

«Come si fa a fare la spia sulla cosa più bella che ti sia capitata? Che coglione».

Tutti questi commenti riflettono una concezione sbagliata e tossica della sessualità, dell’abuso sessuale e dei e delle sopravissutǝ a tale violenza.  Sono la dimostrazione di come la nostra società tenda a praticare contemporaneamente la colpevolizzazione della vittima, la cultura dello stupro e lo stigma della puttana o slut-shaming.

C’è molto da dire su come la nostra società stigmatizzi la sessualità e di come questo tenda a far percepire la vittima come colpevole, ma prima iniziamo col definire precisamente che cosa si intende quando si parla di colpevolizzazione della vittima (victim blaming) e stigma della puttana (slut-shaming).

Lo slut-shaming è la stigmatizzazione di una donna che attua comportamenti percepiti come promiscui o sessualmente provocanti.

La colpevolizzazione della vittima consiste nel ritenere chi subisce un qualsiasi tipo di violenza o maltrattamento responsabile, integralmente o parzialmente, dei torti subiti.

Questi due concetti, nonostante siano da considerarsi separati, spesso agiscono in contemporanea, in particolar modo quando si parla di violenza sessuale; ma l’azione combinata di colpevolizzare la vittima e biasimarne il comportamento la si ritrova anche in altri contesti. Ad esempio, questi sono alcuni commenti che sono stati espressi in seguito alla notizia di un caso di furto, in cui la persona coinvolta si era dimenticata di chiudere a chiave il portone:

«Beh hanno lasciato la porta aperta, cosa si aspettavano che succedesse? Se la sono tirata da soli».

«Erano i miei vicini, sono persone molto svampite e irresponsabili, non mi stupisce che sia successo a loro. Onestamente se lo meritano.»

Questo è colpevolizzare la vittima.

Alla fine la responsabilità del furto ricade sul ladro. Giusto? Giusto. Non conta se la porta fosse stata spalancata o se ci fosse stata un’insegna al neon sul portico che riportava: «Ci sono molti gioielli ed elettrodomestici costosi in questa casa. La porta potrebbe essere aperta», perché al di là delle circostanze, rubare in una casa è illegale e immorale. Ma nonostante questo, abbiamo la tendenza a biasimare le vittime e ad attribuire le azioni di qualcun altro (in questo caso, il ladro) al comportamento della vittima, anche se è irrilevante nel contesto di un crimine.

Per alcuni versi, il caso di questo furto segue delle tendenze che si verificano anche nei casi di abuso sessuale. Riprendiamo il primo commento riportato nell’articolo:

«Fare ginnastica artistica è come fare uno SPOGLIARELLO o la POLE DANCE. Ragazzine che saltellano seminude e che vengono valutate in base a quanto tempo riescono a mantenere una posizione DEL KAMASUTRA. È UGUALE. Se si gioca col fuoco, ci si scotta. Perché mai un genitore dovrebbe permettere a sua figlia di fare una roba del genere?»

In questo caso, un medico, Larry Nassar, ha violentato ripetutamente diverse ragazze, molte delle quali ginnaste olimpioniche. Questo commento non è molto diverso dai commenti sul furto in casa che ho riportato poco più sopra.

Lo stupro e le molestie sessuali sono illegali e immorali. La responsabilità della violenza ricade interamente su Larry Nassar. Nonostante ciò le vittime vengono ancora biasimate e ritenute responsabili delle azioni di qualcun’altro perché, agli occhi del commentatore, erano ginnaste e quindi non molto diverse da delle spogliarelliste in quanto gareggiano indossando solo dei body. E a causa di ciò si sono messe loro stesse in quella situazione.

In sostanza, la mentalità della persona che ha scritto questo commento è completamente orientata a ricercare il motivo delle violenze nel comportamento delle vittime, attribuendo la responsabilità delle azioni commesse da qualcun altro alla vittima stessa. Agli occhi di questa persona una ragazza che indossa un body è troppo provocante e sensuale ed è proprio il fatto che si sia vestita in quel modo ad aver scatenato la violenza, di conseguenza la colpa è sua. Questo è un esempio perfetto di come lo stigma della puttana e la colpevolizzazione della vittima siano due facce della stessa medaglia.

Promiscuità, vestiti succinti, consapevolezza ed esperienza in ambito sessuale non costituiscono in nessun caso una scusa per violentare o molestare sessualmente un’altra persona. Nessuna spogliarellista, ginnasta,  pole dancer o prostituta può essere ritenuta responsabile delle azioni del proprio molestatore. La credenza che il comportamento sessuale possa direttamente influenzare le probabilità di essere molestatǝ non solo è sbagliata ma è dannosa.

Questa prospettiva nociva non è limitata solo alle donne, ma riguarda anche il modo in cui gli uomini che subiscono un abuso sessuale vengono trattati quando parlano delle violenze subite. Mentre le donne sono biasimate per la loro sessualità, gli uomini lo sono per la loro mancanza.

Di nuovo, riprendiamo i commenti riportati sopra in cui ci si riferisce al caso di un’insegnante che ha stuprato un suo allievo.

«Deve essere bello andare a scuola al giorno d’oggi. Con tutte queste insegnanti che fanno sesso con i loro studenti (a volte più di uno), scommetto che i ragazzi fanno a gara per diventare la prossima “vittima”».

«Come si fa a fare la spia sulla cosa più bella che ti sia capitata? Che coglione».

In questo caso la vittima era un ragazzo e l’aggressore una donna. Partendo dal presupposto e dalla percezione che tutti i maschi gradiscano il sesso, questi commenti biasimano lo studente per aver denunciato il suo stupro. Queste credenze sulla sessualità maschile invalidano l’abuso che questo ragazzo si è visto costretto a subire perché continua ad esserci l’idea di fondo che lui “lo abbia voluto”.

Anche se, a prima vista, il ragazzo non viene colpevolizzato per essere stato violentato dalla sua insegnante, è biasimato per non esserselo goduto, per aver denunciato e per non essersi conformato allo stereotipo secondo cui venire violentati da una donna più grande sia in un qualche modo un traguardo per un ragazzo e non un’esperienza traumatica.

Implicare che essere stuprati dalla propria insegnante sia «la cosa più bella che gli sia capitata», maschera la realtà della situazione: questo è un ragazzo che è sopravvissuto a uno stupro. Non esiste un rapporto sessuale consensuale fra unǝ bambinǝ e un adulto, o fra un insegnante e unǝ allievǝ: il tragico trauma che ha subito questo ragazzo non viene riconosciuto come tale ma viene visto come una conquista, un traguardo desiderabile. Ma non lo è. È stupro. Non è un rito di passaggio e la colpa ricade solo ed esclusivamente sull’aggressore.

Come possiamo ben vedere, i preconcetti della nostra società riguardo la promiscuità (o la sua assenza) influenzano pesantemente il modo in cui le persone percepiscono sia la violenza sessuale sia le vittime, attribuendo ingiustamente a queste ultime la responsabilità delle azioni dell’aggressore, e saltando a conclusioni sbagliate partendo da stereotipi di genere. 

Ma com’è che tutto questo si lega alla cultura dello stupro?

Cultura dello stupro: una società o un ambiente i cui atteggiamenti sociali prevalenti hanno l’effetto di normalizzare o banalizzare la violenza sessuale.

La colpevolizzazione della vittima e lo stigma della puttana, in quanto mentalità che invalidano le vittime e giustificano le azioni dell’aggressore, nutrono direttamente la cultura dello stupro presente all’interno della nostra società. Se vogliamo estirpare la cultura dello stupro, dobbiamo prima occuparci dei continui atteggiamenti negativi rivolti alla sessualità e alla responsabilità che circonda l’abuso sessuale.

Per semplificare: lo stigma della puttana e le percezioni tossiche della sessualità rendono possibile la colpevolizzazione della vittima, invalidano in questo modo le vittime e normalizzano gli abusi, perpetrando così la cultura dello stupro.

Come fermiamo tutto questo?

  • Dobbiamo riesaminare gli standard che riguardano la sessualità, lo slut-shaming e la promiscuità.
  1. . Il sesso non è qualcosa di sporco o di cui ci si debba vergognare: va bene sentirsi a proprio agio con la propria sessualità ed esprimerla in modo sicuro e appropriato.
  2.  La “promiscuità”, i vestiti succinti o essere consapevoli e aperti riguardo la propria sessualità non dà a nessuno il diritto di toccarti, o di rivolgerti commenti sul tuo corpo o di farti sentire a disagio.
  3.  Non voler fare sesso non ti rende anormale. Ogni persona è unica ed è molto importante essere a proprio agio ed essere in grado di stabilire dei limiti da rispettare per te e per le altre persone.
  4.  È tempo di costruire una sessualità sana. Questo lo si può fare accettando e istruendo le persone su come avere una vita sessuale sicura e salutare e insistere sul fatto che la vita sessuale non ci definisce in quanto persone.
  • Dobbiamo ritenere gli aggressori responsabili delle loro azioni, dobbiamo credere alle vittime e dare la colpa a chi se la merita.
  1. L’aggressore è sempre interamente responsabile delle proprie azioni. Non importa cosa indossi, come ti stai comportando o a cosa hai acconsentito prima. Non è mai colpa tua.
  2. Credere e non colpevolizzare le vittime non solo crea un ambiente in cui queste ultime si sentono a proprio agio a parlare di quanto è accaduto loro ma crea un ambiente in cui l’abuso sessuale viene riconosciuto per ciò che è: immorale e illegale. 
  3.  È tempo di eliminare la colpa mal riposta: l’aggressore è l’unica persona da incolpare, non è mai colpa della vittima
  • Dobbiamo riconoscere quanto sia dannosa e pervasiva la cultura dello stupro: non solo per le vittime, ma anche per tutte le persone che sono loro vicino. 
  1. Lo stigma della puttana rende possibile la colpevolizzazione della vittima che a sua volta perpetua la cultura dello stupro.
  2.  La cultura dello stupro colpevolizza e silenzia le vittime mentre giustifica coloro che generano il loro trauma (aggressori, predatori sessuali, persone non solidali).
  3.  È tempo di credere e sostenere le vittime di abuso sessuale fornendo loro una comunità sicura per affrontare, denunciare e superare l’abuso.

Questo articolo è stato scritto da Abrianna Morales e pubblicato su SAYSN. Potete trovare l’articolo originale qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/erica/" target="_self">Erica Francia</a>

Traduzione a cura di: Erica Francia

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