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Killmonger aveva ragione

Per una controlettura del film Black Panther

Sarebbe stato ingenuo aspettarsi dalla Marvel un film rivoluzionario sulle questioni razziali. Da Iron Man (2008) a Captain Marvel (2019), la casa cinematografica ha regolarmente subordinato i suoi personaggi razzializzati ai supereroi e alle supereroine di etnia bianca, questo quando non li ha ridotti a stereotipi offensivi (si vedano ad esempio Ant-Man e il suo sequel). Quindi le chances che Black Panther elogiasse il potere nero erano davvero poche. Infatti, questo supereroe è una Pantera Nera solo di nome. Le sue posizioni politiche non hanno niente a che vedere con quelle delle Pantere nere (un punto su cui Stan Lee ha insistito). È il cattivo del film, Killmonger, ad avvicinarsi di più al radicalismo di questa organizzazione rivoluzionaria nera. È lui a denunciare il colonialismo e il neocolonialismo sin dalla prima scena in cui appare, ed è sempre lui a voler liberare le persone nere dall’oppressione che subiscono, anche se ciò significa ricorrere alle armi qualora si renda necessario. Per giustificarne l’uccisione nel finale, il film lo demonizza presentandolo come un estremista sadico (non esita a uccidere la sua ragazza e dichiara di voler giustiziare i figli dei suoi nemici), un dominato che cerca di prendere il posto dei dominanti per dominare a sua volta (si veda ad esempio la sua affermazione «il sole non tramonterà sull’impero wakandiano», che riprende una formula storicamente utilizzata per parlare dell’impero britannico). Non c’è nulla di originale in tutto ciò: le persone che lottano contro le oppressioni sono regolarmente dipinte da chi le opprime come estremistǝ che cercano di sovvertire il potere e di instaurare una nuova norma/dominio, quando il loro scopo è semplicemente l’uguaglianza e la libertà.

Bisogna comprendere la violenza di questa trama contro ogni militante afrodiscendente che lotta contro la supremazia bianca. La dimensione reazionaria del film è più evidente se collocata nel contesto della sua uscita. Senza parlare delle disuguaglianze sociali ed economiche che testimoniano la persistenza di un razzismo strutturale negli Stati Uniti, le persone nere (e più in generale razzializzate) sono sempre più numerose nelle carceri statunitensi, una violenza istituzionalizzata che storicamente s’iscrive nella continuità della schiavitù, come chiaramente dimostrato da Angela Davis in Aboliamo le prigioni? (si veda anche il libro The New Jim Crow, di Michelle Alexander, o il documentario 13 di Ava DuVernay). Allo stesso modo, la violenza della polizia contro le persone nere è ancora estremamente elevata e il più delle volte impunita. Tuttavia, in Black Panther la denuncia di questa violenza viene messa in bocca a Killmonger e a suo padre, vale a dire ai personaggi che vengono presentati come traditori ed estremisti. Fare uscire un film che, ai tempi di Black Lives Matter, mostra un eroe di nome Black Panther che combatte contro i cattivi rivoluzionari neri che protestano contro la violenza della polizia è stato audace…

Ma come si spiega allora l’entusiasmo suscitato dal film nel pubblico nero e in particolare fra attivistǝ antirazzistǝ? Vedo almeno due ragioni principali. La prima è ovvia: mai prima d’ora un blockbuster aveva proposto così tanti e differenti personaggi neri, per di più il film è diretto e sceneggiato da persone nere (diversamente da Il colore viola di Steven Spielberg, ad esempio). Fatta eccezione per l’agente della CIA interpretato da Martin Freeman, gli eroi e le eroine del film sono afrodiscendenti e la trama tratta questioni che toccano direttamente la comunità nera e in particolare quella afroamericana (anziché offrire una storia con una portata apparentemente universale). Per la visibilità che offre alle persone nere, e più in generale alla cultura nera (i costumi afro-futuristi, la lingua parlata dai personaggi, la colonna sonora, etc.), questo film è un evento politico e merita di essere valorizzato in un contesto in cui le persone nere sono ancora sottorappresentate dietro e davanti alla macchina da presa nelle grandi produzioni hollywoodiane.

La seconda ragione è, a mio avviso, il trattamento che il film riserva al cattivo, il quale è ben lontano dall’essere ridotto a una caricatura di un rivoluzionario estremista la cui morte va celebrata. Non mi sto inventando nulla: un gran numero di articoli ha già sottolineato la complessità del trattamento di Killmonger. La grande popolarità di quest’ultimo testimonia la possibilità che il film offre di vedere questo cattivo e suo padre come dei personaggi positivi, o con cui è almeno possibile identificarsi. È su questa complessità che vorrei soffermarmi rapidamente in questo articolo. Mi sembra importante sottolinearla, da un lato perché la trovo eccezionale (è difficile identificarsi allo stesso modo col cattivo interpretato da Jude Law in Captain Marvel) e probabilmente contribuisce a rendere Killmonger il cattivo più interessante nella storia degli studi Marvel, e dall’altro perché rappresenta un modo per fare un’appropriazione del film più radicale rispetto all’interpretazione voluta dalla Marvel.

Infatti, finché l’industria cinematografica terrà le persone nere in una posizione subordinata, come fa oggi, nessun blockbuster celebrerà un’eroina o un eroe nerə rivoluzionariə e un film come Black Panther resterà il più progressista fra tutti. Per trarre piacere politico da questo tipo di film, laddove non se ne condividano gli intenti conservatori, è dunque necessario farne una lettura che ne deformi il significato: una controlettura. Non è nulla di eccezionale, visto che lo fanno tuttǝ in qualche misura. Quando guardiamo un film o una serie tv, in genere ci concentriamo su ciò che ci parla o ci piace di più, ignorando gli aspetti che non ci piacciono. Questo può portare a deviare (se non a capovolgere) il discorso del film sotto certi aspetti, come in questo caso, se consideriamo Killmonger e suo padre come dei personaggi buoni e non cattivi. Non dico che dobbiamo accontentarci di questo tipo di controlettura. Al contrario, è importante restare coscienti dei limiti dei film di cui ci si appropria (tutti gli aspetti politicamente problematici che permettono al pubblico più conservatore di apprezzarlo) e ricordare l’importanza che gioca il controllo della produzione (né Kevin Feige, né altrə dirigenti Marvel sono persone nere e/o militanti antirazziste e questo ovviamente ha un effetto sulla narrazione del film). Tuttavia, mi sembra anche politicamente interessante valorizzare questo tipo di controletture insieme ai film che, come Black Panther, le rendono particolarmente facili da fare, come ora cercherò di mostrare.

Evidenzierò quattro aspetti della gestione di Killmonger che mi sembrano controbilanciare la demonizzazione che lo vede cattivo e sadico, per facilitare una controlettura del film, ma potrebbero essercene di più.

1. Killmonger è un cattivo le cui motivazioni sono abbastanza comprensibili

Grazie a un insieme di riferimenti e di battute, il film politicizza il personaggio di Killmonger e contribuisce così ad avvicinarlo alle persone afroamericane che oggi si confrontano col razzismo sistemico e con la brutalità della polizia.

Mentre il Killmonger dei fumetti è cresciuto a New York, Ryan Coogler e Joe Robert Cole lo trapiantano a Oakland, che non è soltanto la città in cui Huey P. Newton e Bobby Seale fondarono le Pantere nere nel 1966, ma è anche il luogo in cui Oscar Grant III venne ucciso da un poliziotto nel 2009. Il regista Ryan Coogler aveva già dedicato un film a questo giovane uomo nero, Fruitvale Station (2013), che racconta l’ultimo giorno di vita di Grant fino al momento in cui viene assassinato dalla polizia. Il fatto che Michael B. Jordan, che interpreta Killmonger in Black Panther, abbia interpretato Grant in Fruitvale Station favorisce il collegamento tra i due personaggi e contribuisce ad associare Killmonger a un contesto di violenza razziale contro le persone afroamericane.

Non è nemmeno trascurabile che la prima scena in cui appare Killmonger sia ambientata nel 1992. Quell’anno è stato famosamente marcato dalle rivolte di Los Angeles, scoppiate in seguito all’assoluzione dei poliziotti che il 3 marzo 1991 avevano picchiato brutalmente Rodney King. Quando si vede per la prima volta l’interno dell’appartamento in cui vivono Killmonger e il padre, la televisione trasmette quello che sembra essere un reportage che mostra manifestanti afrodiscendenti che fronteggiano agenti di polizia. Altri elementi della scenografia vanno nella stessa direzione, come il poster dei Public Enemy, gruppo hip-hop statunitense impegnato politicamente (con canzoni come Fight the Power, Don’t Believe the Hype o Burn Hollywood Burn).

I riferimenti alla condizione delle persone afroamericane si trovano anche in battute che si riferiscono espressamente alla violenza della polizia e alle incarcerazioni di massa delle persone nere, alla lotta impari che devono affrontare contro un oppressore più armato e più potente, o più in generale alla precarietà delle loro vite. Quando il padre gli chiede «Niente lacrime per me?», nella versione originale Killmonger risponde: «Tutti muoiono, fa parte della vita (Everybody dies, it’s just life around here)». Questa risposta può essere paragonata a ciò che Roxane Gay spiega alla fine dell’eccellente capitolo di Bad Feminist dedicato a Fruitvale Station:

In Fruitvale Station, ogni volta che Oscar saluta la sua ragazza o la sua famiglia, aggiunge «ti amo». Coogler ha notato che molti ragazzi dei quartieri poveri lo fanno perché «ogni volta che usciamo di casa sappiamo che potremmo non tornare mai più».

La prima scena che mostra Killmonger da adulto è particolarmente piacevole da un punto di vista politico. Il cattivo sta per impadronirsi di alcuni manufatti africani esposti in un museo londinese, ma prima interroga l’esperta bianca che lo approccia mentre osserva le collezioni. Quando lei gli dice che un particolare oggetto proviene dal Benin, lui ribatte che effettivamente è stato preso in Benin da soldati britannici, ma che è stato creato in Wakanda. Killmonger poi dichiara all’esperta bianca che solleverà il museo da quel peso e quando lei risponde che i manufatti non sono in vendita, lui dice: «Come li hanno ottenuti i suoi antenati? Li hanno pagati un prezzo adeguato? O se li sono presi, come hanno fatto con tutto il resto?» L’esperta gli chiede di andarsene, ma inizia a sentirsi male. Killmonger le spiega la causa del suo malessere: «Ha tutta la sicurezza che mi controlla da quando sono entrato, ma lei non controlla cosa mette nel suo corpo». Capiamo poi che la bevanda che l’esperta stava bevendo dall’inizio della scena è stata drogata dai complici di Killmonger.

Questa scena è piacevole per diversi motivi. In primo luogo, perché il personaggio nero ha finalmente la meglio sul personaggio bianco e su tutto ciò che rappresenta in questo contesto (l’élite istruita che controlla i luoghi del sapere e del potere da cui le persone nere sono escluse). Ma anche e soprattutto perché il dialogo sottolinea che questi manufatti sono stati rubati dai colonizzatori e che ne continua a beneficiare la loro discendenza. Solo un esiguo numero di oggetti esposti nei musei europei è stato restituito alle popolazioni a cui erano stati sottratti, nonostante possano contribuire allo sviluppo della ricerca e del turismo in paesi che soffrono ancora le conseguenze economiche e sociali della colonizzazione. Il fatto che Killmonger sappia più cose sull’oggetto del Wakanda di quante ne sappia l’esperta è altrettanto interessante, in quanto la scena valorizza le conoscenze che il personaggio nero possiede in quanto membro del popolo wakandiano (un paese di cui conosce la storia grazie al padre) rispetto alle conoscenze dell’esperta bianca. Possiamo vedere in questo passaggio una critica implicita a una certa tradizione razzista (neo)coloniale dell’africanismo (lo studio delle culture e delle società africane) che storicamente è servita a legittimare la colonizzazione, monopolizzando il sapere sulle popolazioni dell’Africa. Mentre per l’esperta bianca la storia del manufatto inizia solo con il furto da parte dei colonizzatori britannici, il personaggio nero porta alla luce la storia nascosta della sua circolazione in Africa.

Anche se Killmonger appare poco sullo schermo e alcune sue battute mirano a demonizzarlo, tutti questi elementi, che gli conferiscono un radicalismo politico e lo avvicinano alle persone afroamericane di oggi, contribuiscono a dargli spessore. Lungi dall’essere vuoto e caricaturale come molti cattivi, questi è un personaggio di cui si possono davvero comprendere le motivazioni. È quindi possibile vedere la sua rabbia non come la manifestazione di un sadismo individuale, che potrebbe essere contenuto soltanto con l’incarcerazione o la morte, bensì come la conseguenza di una violenza sociale che egli ha subito in quanto uomo nero. Si può leggere una critica al militarismo e all’imperialismo statunitense nel fatto che la crudeltà di Killmonger sia un prodotto del periodo trascorso nell’esercito statunitense. In questo senso, la sua rabbia appare perfettamente giustificata.

2. Killmonger ha la prima e spesso l’ultima parola

Il film si apre con le parole di un bambino che chiede al padre di raccontargli la storia di casa. In seguito, comprendiamo che quel bambino a cui il padre racconta la storia del Wakanda è Killmonger. Fin dalla scena iniziale ci troviamo nella sua posizione: quella del bambino che sta per ascoltare una storia. Aprendo con le parole di Killmonger «Baba, raccontami una storia», il film ci rende partecipi del suo punto di vista e facilita così la nostra immedesimazione in lui.

Ma soprattutto, la scena si conclude con una domanda di Killmonger che rimane senza risposta. Dopo che il padre gli spiega che le persone wakandiane hanno deciso di nascondersi dal resto del mondo affinché nessuno potesse impossessarsi del vibranio, fonte del loro potere, Killmonger gli chiede: «Ci nascondiamo ancora, Baba? Perché?» Fin dalla prima scena il racconto ufficiale della storia del Wakanda viene così esposto alle critiche del cattivo, senza che nulla possa contraddirlo.

Nel corso del film, i buoni adducono argomenti per spiegare la loro inazione e per giustificare l’uccisione di chi voleva usare il vibranio per liberare le persone nere oppresse, ma questi argomenti sembreranno sempre molto deboli di fronte alle domande insistenti di Killmonger: «Dov’eravate? Che facevate?». Quando sale al trono chiede alle guide del paese: «Da dove vengo io quando la gente nera iniziò le rivoluzioni non aveva potenza di fuoco, o risorse per combattere i loro oppressori. Dov’era il Wakanda?». Ancora una volta la sua domanda rimane senza risposta. Ora, dando regolarmente l’ultima parola a Killmonger, il film lascia intendere che se nessuno dà a questo «cattivo» le spiegazioni che cerca, forse è perché non ne esistono di valide.

Un’altra scena importante che termina con le parole di Killmonger è quella del ricongiungimento col padre. Quest’ultimo gli dice: «Non sono stato bravo, avrei dovuto riportarti lì molto tempo fa. Invece siamo tutti e due abbandonati qui», al che Killmonger risponde: «Forse è la tua casa che si è perduta, ecco perché non ci trovano». Mentre il padre si assume la responsabilità del loro smarrimento («non sono stato bravo»), Killmonger inverte il punto di vista e accusa chi ha deciso di chiudere gli occhi davanti alle violenze subite dai propri fratelli e dalle proprie sorelle.

Anche quando muore per mano dell’eroe, Killmonger ha l’ultima parola. Quando Black Panther si offre di curargli le ferite, questi gli risponde: «Perché? Per potermi rinchiudere? No. Seppelliscimi nell’oceano come i miei antenati che si buttavano dalle navi, perché sapevano che la schiavitù era peggio della morte». Questa risposta riscrive non soltanto la violenza subita da Killmonger in una storia dell’oppressione delle persone nere, ma permette anche al «cattivo» di avere l’ultima parola sulla propria morte. In questo senso, sostituisce le solite battute che scandiscono l’esecuzione finale dell’antagonista da parte dell’eroe/eroina. Qui, non c’è una battuta che cerchi di rendere trionfale la morte del cattivo, semmai accade il contrario.

3. Killmonger ha stile, o l’effetto Michael B. Jordan

Che sia nella scena del museo, in cui indossa gli occhiali e una giacca di jeans imbottita, o in quella della sua ascesa al trono, Killmonger è elegante e sexy. Nella scena del museo, quando ruba una maschera il suo complice gli chiede: «Non dirmi che anche quella è in vibranio, eh?» e lui gli risponde: «Mi attira». In altre parole, questo cattivo non vuole solo raggiungere i suoi obiettivi, ma vuole farlo con stile. Di fronte a un Black Panther piuttosto blando e sobrio, Killmonger sembra per contrasto molto più carismatico. Per questa ragione è facile trovarlo più affascinante e attraente dell’eroe.

Non è qualcosa di particolarmente straordinario. Nella misura in cui gli eroi e le eroine sono costruitə come modelli, dunque incarnazioni delle norme dominanti, capita spesso loro di essere insipidə e politicamente poco interessanti. Al contrario, i cattivi e le cattive incarnano più spesso l’eccesso, la devianza, il distacco dalla norma e hanno dunque più probabilità di essere persone carismatiche, pittoresche e politicamente sovversive. Tra il buono Sylvester Stallone o il cattivo Wesley Snipes chi è il più esaltante in Demolition Man? In Skyfall, è più intrigante il James Bond macho di Daniel Craig o l’hacker queer interpretato da Javier Bardem? A chi si devono i migliori momenti in Batman? A Michael Keaton e Christian Bale, intrappolati nei loro costumi da pipistrello? O alla Catwoman di Michelle Pfeiffer, al Joker di Heath Ledger o al Bane di Tom Hardy (per citarne alcuni)? Beninteso, i cattivi non sempre si discostano dalle norme dominanti. Bane e Killmonger sono, per esempio, incarnazioni di una mascolinità tradizionalmente virile e violenta. Tuttavia, rimane il fatto che i cattivi e le cattive (così come i personaggi secondari) hanno più probabilità di eroi ed eroine di offrire al pubblico più progressista dei personaggi politicamente più soddisfacenti e sovversivi.

Nel caso di Black Panther, l’attrattiva del cattivo è rinforzata dal fatto che sia interpretato da Michael B. Jordan, la più grande star del film. Oltre ad apportare stile e sex-appeal al personaggio, la sua immagine è caricata positivamente per gli spettatori e le spettatrici afrodiscendenti e/o progressistə, specialmente grazie a due sue altre performance sotto la regia di Ryan Coogler, in Fruitvale Station e Creed. Ho già parlato di Fruitvale Station, che ci racconta le ultime ore di Oscar Grant III prima del suo omicidio per mano di un poliziotto. Creed è a sua volta un film importante per la rappresentazione delle persone afroamericane sullo schermo, poiché mostra la «rivincita» del figlio di Apollo Creed, personaggio nero stigmatizzato e poi emarginato nei film di Rocky. In altri termini, Creed è un film grazie al quale le persone nere si appropriano di un franchise bianco e razzista e, per di più, non di un franchise qualunque: quello che ha come protagonista il pugile più celebre della storia del cinema hollywoodiano, Rocky, un personaggio bianco, nonostante i più grandi pugili della storia della boxe statunitense fossero neri (Mohamed Ali, Joe Louis, George Foreman, etc.). Pur non essendo privo di difetti, questo film ha comunque il merito di essere incentrato sull’empowerment del personaggio nero e di moltiplicare i riferimenti più o meno indiretti alla condizione delle persone nere oggi (per esempio mediante la colonna sonora originale). Per il suo successo di pubblico, questo film è probabilmente quello che ha contribuito di più a fare di Michael B. Jordan un modello per molte giovani persone afroamericane (l’attore ha anche recitato nella serie eccellente The Wire, dove ha interpretato un personaggio altrettanto affascinante).

4. Killmonger e suo padre ci commuovono

In alcuni momenti chiave, Killmonger viene rappresentato in un modo che lo rende particolarmente commovente e di conseguenza più capace di suscitare l’empatia del pubblico. Ho già parlato della sua morte, che non viene affatto trattata come solitamente accade per le morti dei cattivi. Niente nei dialoghi, nella musica, negli arredi e nella recitazione ci invita a considerare piacevole quel momento, o a sentirci sollevatǝ per la morte di Killmonger, bensì ci lascia un senso di tristezza, quasi di ingiustizia.

Ma la scena più commovente è probabilmente quella del ricongiungimento col padre. L’alternanza tra il Killmonger bambino e quello adulto è particolarmente toccante. Invece di vederlo come un pericoloso cattivo, lo vediamo innanzitutto come un bambino che ha perso il padre ed è cresciuto nella sofferenza. Il fatto che non pianga la morte del padre da bambino, per poi versare una lacrima nell’inquadratura seguente in cui appare da adulto, sottolinea la forza dell’emozione che lo pervade e che fatica a contenere.

La figura stessa del padre è toccante sin dalla prima apparizione nella scena introduttiva. È davvero facile condividere il suo sgomento e il suo dolore quando scopre che il suo migliore amico era in realtà una spia che aveva denunciato le sue attività rivoluzionarie. Black Panther lo accusa poi di aver tradito il suo popolo, ma questa scena ce lo mostra soprattutto come un uomo che è appena stato tradito dal suo migliore amico. Il padre non è mai la caricatura del «pericoloso estremista» (come lo è Killmonger in alcune scene), ma appare al contrario come un uomo simpatico che lotta per aiutare ogni fratello e ogni sorella vittima di oppressione.

Infine, anche lo sguardo degli altri personaggi contribuisce in egual modo a rendere struggente il destino di Killmonger e di suo padre. La scena in cui Zuri (Forest Whitaker) racconta a T’Challa (Chadwick Boseman) che il padre, il Black Panther precedente, ha ucciso il proprio fratello e ha abbandonato il nipote (Killmonger) ha una forte tensione emotiva. Naturalmente Zuri non si è ripreso e sembra darsi la colpa per la morte dell’amico e l’abbandono di Killmonger. Dal canto suo, T’Challa è sconvolto per le rivelazioni e il montaggio intensifica la potenza emotiva della scena mostrando il giovane Killmonger nel campo da basket sotto casa nel momento in cui Zuri confessa di aver abbandonato il bambino. Sicuramente, questa scena mira ad assolvere in qualche misura i buoni implicati nell’omicidio del loro amico nero rivoluzionario (come anche la scena della morte di Killmonger) e ha anche una dimensione conservatrice («è dura per i guardiani dell’ordine costituito dover neutralizzare i loro cari, diventati troppo radicali»). Ma allo stesso tempo, l’emozione di Zuri e di T’Challa rafforza l’empatia che possiamo provare per Killmonger e suo padre. Effettivamente, nei film di questo genere i cattivi sono solitamente odiati dai buoni, che invece qui si dispiacciono di averli fatti soffrire e ne piangono la morte. È pertanto possibile vederli non come pericolosi radicali, bensì come delle vittime, tradite, abbandonate e assassinate da chi amavano.

I cattivi di un film Marvel non erano mai stati trattati con tanta empatia (eccezion fatta forse per Magneto, un sopravvissuto alla Shoah il cui arco è paragonabile a quello di Killmonger, ma che spesso è posto dalla parte dei buoni).

Ancora una volta, Black Panther è lontano dall’essere un film politicamente rivoluzionario sulla razza. I buoni non sono persone nere anticolonialiste, che vogliono rovesciare la supremazia bianca, che denunciano le violenze della polizia e gli arresti e che si battono per la liberazione delle persone nere di tutto il paese. No, i buoni sono le persone nere che collaborano con la CIA, che pensano che il solo modo di lottare contro il sistema razzista sia quello di fare un po’ di beneficenza alla Bill Gates e che vanno alle Nazioni Unite per dichiararsi pronte a condividere le loro risorse e le loro conoscenze col mondo esterno, il che, nell’universo Marvel, significa praticamente fornire nuove armi alla cricca fallocratica-razzista-imperialista degli Avengers. In breve, i buoni sono quelli che vedono il razzismo come un malinteso che può essere risolto con un po’ di buona volontà da entrambe le parti («adesso più che mai gli equivoci sulle diversità stanno minacciando la nostra esistenza (…) in tempo di crisi, i saggi costruiscono ponti e gli stupidi costruiscono barriere») e non come un dominio economico, sociale, poliziesco, culturale, e così via. Invece, il razzismo è proprio questo: non solo un problema di «atteggiamenti» o «pregiudizi», ma anche un dominio strutturale che potrà essere rimosso soltanto attraverso profondi cambiamenti politici, sociali ed economici.

Ma oltre a questo, come ho provato a sottolineare, Black Panther ci dona numerosi motivi per preferire i cattivi ai buoni e facilita una controlettura ben più politicamente radicale rispetto al messaggio più letterale del film.

Si potrebbe trovare strano che il film condanni e allo stesso tempo valorizzi Killmonger. Ma questa contraddizione ha innanzitutto delle ragioni economiche: la Marvel ha tutto l’interesse a produrre un film che piacerà sia al pubblico bianco e/o conservatore (che vuole vedere il nero troppo radicale neutralizzato alla fine) e il pubblico nero e/o più progressista (secondo cui Killmonger è il vero eroe del film). E d’altronde la casa di produzione ha fatto centro, visto che Black Panther è uno dei film più redditizi (soprattutto grazie al pubblico afroamericano). Ciononostante, il solo parametro economico non spiega tutto, poiché se la Marvel volesse veramente attirare ogni tipologia di pubblico, i suoi film non sarebbero sempre dominati da super-eroi statunitensi, bianchi, maschi, etero, eccetera. C’è anche un parametro politico in gioco: la casa di produzione è dominata da uomini bianchi, ricchi, eccetera, che producono film che rafforzano i loro interessi di uomini bianchi, ricchi, eccetera. Tuttavia, ingaggiando Ryan Coogler, Joe Robert Cole (il co-sceneggiatore) e tutti gli attori e le attrici di talento e afrodiscendenti, con lo scopo di attirare il pubblico nero, la Marvel ha permesso a tutte queste persone di influenzare il film e quindi di appropriarsene in una certa misura, tra cui l’aver reso Killmonger un personaggio molto più complesso e toccante di quanto avrebbe potuto essere.

Pur essendo consapevoli dei limiti di questo film e del problema persistente costituito dal controllo che le persone bianche hanno sull’industria cinematografica, possiamo apprezzare certe letture più di altre. Possiamo comprendere, ammirare e piangere Killmonger, piuttosto che gioire della sua morte. Possiamo pensare che, come molti cattivi, avrebbe dovuto essere l’eroe.

Questo articolo è stato scritto da Sacha Grimm e pubblicato da Le cinéma est politique. Potete trovare la versione originale in francese qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/consuelo/" target="_self">Consuelo Cannuscio</a>

Traduzione a cura di: Consuelo Cannuscio

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