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Internet è un rifugio sicuro

Durante il lockdown in India gli spazi virtuali sono diventati un importante mezzo di inclusione delle persone emarginate.

Durante una recente videochiamata con i miei amici, mi sono resa conto di quanto mi autocensuri se discuto di determinati argomenti sapendo che i miei genitori sono in giro. Divento vigile e attenta a parlare in maniera non esplicita di temi come il sesso, i traumi e la politica. Nel tentativo di creare spazi sicuri, moltə di noi parlano con le cuffie, con toni sommessi o in angoli appartati: siamo diventati tecnologicamente creativi nella nostra resistenza quotidiana. Spesso, la “casa” intesa come spazio non fisico, genera un sé limitato, un’unità di autocontrollo che deve soddisfare determinate aspettative e che, così facendo, ne sovverte altre.

Lə giovanə provenienti da realtà familiari conservatrici fanno affidamento su strade alternative – ricreative, educative, interdisciplinari, digitali, ecc. – per imparare a conoscersi ed esprimersi. Il lockdown ha limitato l’accesso a molti di questi spazi sicuri, che in precedenza fornivano diversi sbocchi per coltivare degli interessi fuori dall’ambiente domestico. Inoltre, questa situazione li ha costretti a stipare tutte le loro identità e i loro obblighi assunti all’interno della società in un unico spazio fisico.

Per moltə, questo significa dover scendere a compromessi con il sistema da cui si sentono limitatə.

Mancano luoghi sicuri in cui lə giovani possano affermare la propria autonomia e dare spazio alla propria curiosità; le conversazioni sul corpo che cambia, la sessualità e la salute mentale sono spesso scoraggiate dalle istituzioni, spingendo a far affidamento sui coetanei, su fratelli e sorelle maggiori o su internet. Purtroppo, queste fonti non sono sempre affidabili e spesso possono perpetuare pregiudizi di casta, sessisti o abilisti.

Questo tipo di luoghi diventa così cruciale per la crescita e lo sviluppo personale, poiché garantiscono un ambiente libero da pregiudizi per le persone che abbiano voglia di esplorare e che si sentono vulnerabili. Inoltre, questi spazi hanno il potenziale per lə ragazzə di mettere in discussione i discorsi oppressivi che soffocano la libertà di espressione e la curiosità. Privarli di ciò può quindi avere conseguenze significative nello sviluppo delle loro relazioni, decisioni e azioni.

Durante il lockdown, il programma Know Your Body Know Your Rights (KYBKYR) della Fondazione YP prevedeva la possibilità di creare spazi virtuali sicuri per lə adolescenti dai 14 ai 18 anni, provenienti da campi di migranti di Sikanderpur e Sheikh Sarai.

KYBKYR si occupa di garantire l’educazione sessuale agli adolescenti di Delhi-NCR, Uttar Pradesh e Bihar attraverso un programma noto con l’acronimo CSE (Comprehensive Sexuality Education). Il CSE è un approccio all’educazione sessuale incentrato sui diritti sociali e sul genere che fornisce aə giovani le informazioni di cui hanno bisogno per proteggere la loro dignità, salute e benessere. Inoltre, i valori del femminismo intersezionale costituiscono parte centrale del programma. Con questo spirito, il CSE spiega l’anatomia, la pubertà e i cambiamenti fisici, emotivi e sociali che ne derivano. Inoltre, discute anche argomenti come l’attrazione, il consenso, le relazioni affettive e sessuali, l’identità di genere, la disparità di potere, la violenza, le pratiche sessuali sicure, la contraccezione e l’aborto.

La notizia del lockdown ha generato non poche incertezze nel team del KYBKYR, considerando come diversə partecipantə fossero figlə di lavoratorə migranti, più vulnerabili all’instabilità finanziaria e a essere trascuratə dallo Stato durante la pandemia. Proprio per questo, il personale della fondazione era ben consapevole dei bisogni degli adolescenti e delle barriere che potevano impedire la loro partecipazione e influenzare il loro accesso a spazi sicuri.

Reinventare gli spazi sicuri virtuali

Tornando al dilemma da cui siamo partiti: come possono lə giovani parlare di attrazione e pratiche sessuali sicure mentre sono confinatə in spazi che penalizzano queste conversazioni? Come possono lə adolescenti ottenere risposte alle domande sulle mestruazioni e sulle polluzioni notturne che siano supportate da prove e non radicate negli stigmi culturali? I contesti domestici in cui vivono gli adolescenti di Sikanderpur e Sheikh Sarai pongono diversi problemi a tal proposito.

Primo tra tanti, la lotta per ottenere lo smartphone e una connessione internet stabile; la maggior parte də ragazzə provenienti da caste emarginate non potevano permettersi i dispositivi necessari a partecipare alle sessioni. Inoltre, spesso lə ragazzə si trovavano a dover discutere delle loro problematiche in contesti patriarcali in cui non erano liberə di esprimersi. A causa delle norme per il distanziamento sociale e delle restrizioni sugli spostamenti, lə giovani delle comunità più povere hanno perso le loro libertà e la loro privacy.

Prima dell’esplosione della pandemia, lə giovani potevano uscire dalle loro case ed entrare in luoghi di partecipazione sicuri, in cui potevano affermare la propria sessualità, e che fungevano da antitesi delle culture dominanti che li circondavano. Protetti e rassicurati da questi spazi fisici sicuri, lə adolescenti potevano esprimersi liberamente senza temere di essere mortificatə o umiliatə. Pertanto, la transizione alla modalità online doveva, assolutamente garantire, almeno in una certa misura, questi aspetti. Il team ha cercato nuovi modi per mantenere questo spirito nelle sessioni virtuali e ha incluso le seguenti misure:

  1. Agli studenti e alle studentesse è stato chiesto di trovare uno spazio in cui potevano sentirsi liberə di parlare e ascoltare e dove idealmente nessun adulto avrebbe potuto buttar l’occhio sui loro schermi. Questa richiesta non è stata posta come obbligo ma come semplice suggerimento, e ha confermato che lə giovani conoscono alla perfezione il loro ambiente e possono trovare le aree adatte per seguire le lezioni, mantenendo le distanze sociali e rispettando le altre misure di sicurezza;
  2. È stato loro chiesto di utilizzare le cuffie per garantire chiarezza e, ancora più importante, per assicurarsi che nessuno potesse ascoltare le sessioni. Inoltre, l’utilizzo delle funzionalità audio e video è stato reso opzionale per rispettare i loro spazi. Lə partecipanti che non potevano utilizzare il microfono erano incoraggiatə a porre le domande via chat. Sebbene l’uso del video e dell’audio avrebbe facilitato lo svolgersi delle lezioni, la privacy e il comfort degli studenti erano gli aspetti più importanti da salvaguardare;
  3. I membri del team TYPF si sono anche assicurati di segnalare la presenza di contenuti sensibili su argomenti come la violenza, per consentire agli studenti di fare delle pause o lasciare la sessione qualora lo ritenessero opportuno;
  4. Avendo notato che gli studenti mostravano esitazione e disagio nel dire parole come sesso, preservativo o aborto, lə educatorə le hanno etichettate con le lettere A, B, e C esattamente come se fosse una domanda a scelta multipla. Durante il ripasso gli insegnanti hanno discusso apertamente tutti i concetti e, solo nel momento di formulare la domanda agli studenti quale fosse la risposta corretta tra A, B o C, senza far loro  pronunciare parole che avrebbero potuto metterli in difficoltà. Se durante le lezioni in presenza far pronunciare le parole tabù ad alta voce diventa parte del processo di destigmatizzazione, qui lo spazio di apprendimento prevedeva la possibile presenza di figure sociali che avrebbero potuto rimproverare i ragazzi, per cui si era reso necessario tutelarli.

I compromessi educativi messi in atto dal TYPF sono emblematici di un approccio in cui i contesti e le esigenze degli studenti venivano al primo posto.

Opinioni

Ho avuto la possibilità di chiedere aə partecipantə cosa li motivasse ​​a prender parte alle sessioni virtuali ogni settimana: tuttə hanno risposto che queste lezioni avevano assunto un ruolo molto importante nelle loro vita, aiutandolə a conoscere meglio i loro corpi e i loro diritti e sottolineando come il venire a conoscenza dell’esistenza di esperienze diverse avesse offerto loro nuove prospettive.

Alcuni hanno affermato di aver avuto modo di riflettere sul linguaggio usato fino a quel momento  per rivolgersi a gruppi oppressi come la comunità trans e si sono ripromessi di essere più sensibili. Anche le discussioni sul ruolo della società e sul controllo di tutto ciò che essa considera “inaccettabile” si sono rivelate estremamente importanti, in particolar modo, li hanno aiutati a sviluppare una mentalità critica che ha permesso loro di vedere come la società imprigioni e reprima le persone con i suoi schemi. Un partecipante ha addirittura affermato che queste discussioni lo hanno ispirato a giudicare meno e lo hanno incoraggiato a parlare con altri di percezioni sociali problematiche.

Queste sessioni andavano oltre il semplice scopo educativo, ma sono diventate, anche se solo per due ore, spazi socio-emotivi sicuri di scoperta personale e politica attraverso un’esperienza comunitaria interattiva e solidale.

Alle domande su eventuali difficoltà riscontrate, gli studenti hanno parlato dello sforzo di dover persuadere i genitori a comprare o prestare loro un telefono. Inoltre, anche l’impossibilità di ricaricare la batteria e la scarsa connessione a Internet erano ostacoli alla fluidità dell’esperienza di apprendimento. Alcunə studentə hanno dovuto far ritorno ai propri villaggi, e di conseguenza hanno dovuto far fronte a nuovi impegni, altri invece non hanno apprezzato l’utilizzo dei mezzi tecnologici. Nonostante ciò, molti hanno trovato modi innovativi per prender parte alle sessioni come, ad esempio, telefonarsi anziché connettersi su Zoom;  coloro che vivevano vicini, invece, si sono riuniti per poter partecipare alle lezioni con un unico dispositivo.

Nel campo di Sheikh Sarai, i partecipanti hanno persino svolto di loro spontanea volontà dei compiti di riflessione, il che indica che si sentono coinvolti, che trovano utili le sessioni e che sono motivati ​​a trovare il modo per partecipare al meglio ogni settimana.

Ovviamente il mezzo online altro non è che un sostituto imperfetto dell’apprendimento fisico. Tuttavia, se per molti studenti il cambiamento dalle sessioni in presenza a quelle online non ha rappresentato un grande scossone, molti altri si son trovati d’accordo nell’ammettere che non fosse proprio la stessa cosa. Alcuni hanno affermato che internet ha reso più facile frequentare le lezioni da casa; altri hanno insistito sul fatto che le lezioni in presenza creavano un senso di comunità, che quelle online non erano in grado di replicare. Anche le dimensioni delle classi sono diminuite in modo significativo, il che ha sicuramente influito sull’esperienza di partecipazione alle sessioni.

Durante i due mesi di lockdown totale, questi incontri online sono stati spazi virtuali sicuri per l’apprendimento, l’interazione, il divertimento e la crescita in un mondo sempre più incerto e  inquietante. Mi ha incoraggiato a pensare a quanto queste sessioni siano essenziali per lə giovani e alle possibilità offerte dai programmi sociali.

È interessante notare che, mentre osservavo lo svolgersi delle lezioni e parlavo con lə adolescenti e lə insegnanti delle loro esperienze, anch’io ho messo in discussione le norme di comportamento di casa mia, parlando ad alta voce dei diritti riproduttivi e delle esperienze queer; prendendomi un po’ più di spazio per la mia visione politica e la mia voce.

Purtroppo, in mancanza di un massiccio investimento di risorse, la sostenibilità e l’effettiva inclusività di questo mezzo solleva preoccupazioni. I fallimenti strutturali nell’affrontare il peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche hanno reso lə giovani esponenzialmente più vulnerabilə a fattori di stress finanziari, educativi, familiari, psicosociali e politici. Tra le altre cose, gli spazi sicuri, il sostegno della comunità e i movimenti sociali stanno diventando sempre più importanti poiché stiamo assistendo a un attacco a ogni forma di dissenso e ai bisogni dei più emarginati nel nostro Paese.

L’autrice di questo articolo è Sharin D’souza, studentessa di psicologia all’Università di Delhi. Questo articolo è stato pubblicato da Feminism in India e lo potete trovare in lingua originale qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/clarice/" target="_self">Clarice Santucci</a>

Traduzione a cura di: Clarice Santucci

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