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Il movimento femminista dalit

Il peso del sistema delle caste nei movimenti di rivendicazione dei diritti delle donne indiane

Oggi è scontato affermare che la presenza del sistema delle caste in India abbia avuto un’influenza sulla nascita di qualsiasi organizzazione per la giustizia sociale, compreso sul movimento femminista fiorito a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Quel periodo vide il formarsi di diverse associazioni di donne, spesso con affiliazioni politiche, che lottarono per trovare il proprio spazio nella vita pubblica e misero in discussione ciò che accadeva nella loro vita privata. Le donne indiane sostennero il movimento femminista, sia aiutando altre donne in difficoltà, come nei casi di omicidi per dote, violenza domestica e molestie sessuali, sia mediante campagne di sensibilizzazione verso il problema sistemico dello stupro e del divario salariale.

Nel saggio The Question of Autonomy le studiose Nandita Gandhi e Nandita Shah evidenziano come molte organizzazioni, sin dalla loro nascita, si misurarono con diverse difficoltà in merito alle questioni delle gerarchie e dell’elitarismo. Tra le problematiche più discusse in quei contesti rientravano le strutture salariali, le priorità d’azione, come ad esempio aiutare le singole donne in difficoltà o concentrarsi sulle proteste attive, e scegliere se avere un capo oppure orientarsi verso l’autogestione. Sebbene la maggior parte dei collettivi rifiutarono di farsi guidare da un leader e cercarono di minimizzare gli altri problemi, il saggio dimostra come anche loro non fossero immuni  dalla presenza di “sottili gerarchie”. 

«[…] Esistono gruppi all’interno di altri gruppi sociali, di solito costituiti da persone che hanno in comune il livello di istruzione, la classe, i gusti, la lingua o la posizione politica.» tutto ciò è in grado di formare delle inevitabili gerarchie interne. Affermare che non vi sia un’influenza esercitata dal sistema delle caste significa negare l’intersezione fra casta e genere nei movimenti femministi indiani. È stato possibile includere la discriminazione di casta e l’oppressione della donna solo attraverso la narrativa delle caste più alte, che per lo più ignoravano quale fosse l’effettiva realtà di quelle più basse. La decostruzione dello sguardo e il ripensamento dell’impatto dell’intero sistema delle caste sul mondo femminile ebbero origine in seguito alle proteste per l’attuazione della Commissione Mandal del 1990, altresì conosciuta come Commissione per Classi Arretrate Socialmente ed Educativamente. La Commissione prevedeva che alcuni posti di lavoro nel settore pubblico fossero riservati alle caste meno agiate, il che generò le proteste delle caste superiori che ritennero violati i loro diritti a causa di queste concessioni lavorative.

Una categoria divisiva

Oltre alle questioni legate alle sottili gerarchie, nei collettivi femminili erano presenti problemi ben più evidenti e tuttavia ignorati, come quelli che affliggono tutt’ora le donne appartenenti alla casta Dalit, conosciuta in passato come Paria, Intoccabili, o addirittura fuori casta. È stato più volte discusso e dimostrato, sebbene il concetto non sia mai stato davvero interiorizzato, che le donne Dalit sono «gli oppressi tra gli oppressi, le  Dalit dei Dalit».

Le Dalit subiscono da sempre le peggiori discriminazioni che le donne si trovano a dover subire: sono per la maggior parte non istruite o comunque meno istruite rispetto alle altre donne indiane, vengono fortemente sfruttate dal sistema devadasi e subiscono la disumanizzazione  riservata agli “intoccabili”, solo per citarne alcune. Il sistema devadasi è un’antica pratica religiosa induista in cui giovani fanciulle in età prepuberale venivano consacrate a una divinità, con un rito di iniziazione durante il plenilunio, poi perfezionato una volta che le ragazze entravano nell’età puberale, con una seconda cerimonia in cui avveniva la loro iniziazione sessuale a opera di un importante personaggio, sacerdote, re o patrono del tempio. Purtroppo, accadeva spesso che i problemi specifici della condizione Dalit venissero offuscati dai problemi legati la condizione femminile in generale. D’altronde, come si suol dire, «tutte le donne sono Dalit».

Ricondurre la categoria Dalit a quella delle donne in generale significa storpiare e rendere monca la solidarietà che le persone appartenenti a qualsivoglia movimento possano nutrire. Proprio per questo, le Dalit contestarono fortemente il movimento femminista indiano, lamentando di non sentirsi rappresentate; misero in discussione un modo specifico di fare attivismo, che consideravano indifferente alle caste più disagiate. Questa presa di coscienza le condusse a dar vita a una propria organizzazione: la Federazione Nazionale delle Donne Dalit (The National Federation of Dalit Women), fondata dall’attivista Ruth Manorama nel 1995, uno dei primi e più significativi segnali di malcontento.

Si può dire che l’attivismo femminista delle caste più agiate sviluppatosi tra gli anni ’70 e ’90 sia stato caratterizzato dalla mancanza di considerazione e di inclusione dell’altro, ovvero delle identità negate e delle problematiche che il sistema delle caste crea alle donne. Ciò ha generato un conflitto tra diverse identità e condizioni: più in generale, tra le donne appartenenti alle caste più alte e quelle appartenenti alle caste inferiori. Eppure, se ci si aspettava la negazione del fattore casta da parte del movimento femminista tradizionale, persino il movimento per i diritti dei Dalit non comprese a pieno la situazione delle donne, contestando l’aggettivo “dalit” nel contesto delle lotte anti-casta e definendone l’uso come “divisivo”. Il movimento si definiva sostanzialmente per le sue posizioni contro il brahmanesimo, non  prendendo in considerazione il ruolo del patriarcato.

«Nel movimento Dalit le posizioni di leadership appartengono quasi esclusivamente agli uomini, mentre le donne sono una massa informe, una folla […] le rivendicazioni di questi movimenti riguardavano le terre, non i diritti delle donne; il salario minimo, non la parità salariale» scrive la studiosa e attivista Annie Namala nel suo saggio Dalit Women: the Conflict and the Dilemma.

In assenza di forti alleati, la forza determinante delle identità e delle vite delle Dalit dovevano essere nientemeno che loro stesse.

Il parlamento e la rappresentanza femminile

Dopo l’attuazione della Commissione Mandal e le proteste che ne conseguirono, gli effetti della graduale ascesa delle caste meno agiate e delle donne Dalit continuarono ad aleggiare nell’ambiente politico. Le proteste cariche d’odio portate avanti dalle caste superiori attraverso spettacoli di auto-immolazione, non fecero altro che accrescere l’ostilità nei loro confronti da parte delle caste meno abbienti. Probabilmente, proprio a causa di questa crescente avversione, molti parlamentari della comunità OBC (Other Backward Classes, acronimo con cui viene indicata nel parlamento indiano la comunità delle classi socialmente ed educativamente arretrate) si opposero strenuamente al Women’s Reservation Bill

Come spiegato dalla studiosa femminista Nivedita Menon nel suo saggio Elusive ‘Woman’: Feminism and Women’s Reservation Bill:

«L’opposizione al decreto più oltraggiosa ed esplicitamente schierata contro le caste è rappresentata dal riferimento sprezzante di Sharad Yadav alle donne “dai capelli corti” che avrebbero invaso il parlamento. Sebbene sia stato interpretato come un commento misogino, va interpretato anche come espressione del legittimo timore che i posti riservati alle donne potessero modificare radicalmente la composizione del parlamento in favore delle caste superiori. L’espressione parkati mahilaen in questo contesto, si riferisce, infatti, ad uno stereotipo di donne occidentalizzate e di élite […] perciò questo tipo di opposizione al disegno di legge nella sua forma attuale deve essere contestualizzato nella politica di identità di casta».

«Così l’egemonia che le classi agiate avevano sulla narrativa dei diritti delle donne soffocò i tentativi di riscatto delle Dalit »

Così l’egemonia che le classi agiate avevano sulla narrativa dei diritti delle donne soffocò i tentativi di riscatto delle Dalit: furono infatti proprio gli uomini della loro stessa casta a opporsi alle rivendicazioni nascondendo la loro misoginia dietro il pretesto dell’uguaglianza.

Il Women Reservation Bill, introdotto per la prima volta nel 1996, prevedeva che la rappresentanza delle donne in parlamento coprisse un terzo dei seggi totali. Se gli uomini si opposero con forza alla proposta di legge, per le parlamentari, invece, il dibattito rappresentò il punto di convergenza tra due scuole di pensiero: da una parte il movimento che riconosceva solo la disparità di genere, rimanendo quindi indifferente alla discriminazione di casta, e dall’altra il movimento che univa la prospettiva di genere con la lotta al sistema delle caste.

Il timore che questa legge non fosse altro che uno stratagemma per riconsegnare il potere nelle mani delle caste più agiate tramite un semplice cambio di genere era particolarmente diffuso nella popolazione più povera. Mentre i promotori sostenevano che fosse necessaria a eliminare la dilagante disuguaglianza di potere fra uomini e donne, altri, dentro e fuori il parlamento, la misero in discussione proprio perché supportata da donne benestanti. Le sostenitrici delle Dalit ritenevano che il Women Reservation Bill fosse un espediente per impedire l’avanzata in parlamento delle caste inferiori: a questo proposito, Uma Bharti, militante del partito Bharatiya Janata, tentò di inserire delle quote per le donne di casta inferiori o fuori casta all’interno del disegno di legge stesso, mentre Sushma Swaraj, pur facendo parte dello stesso partito, non appoggiò le modifiche proposte.

La situazione attuale

 Ad oggi, questo disegno di legge non è stato approvato nessuna delle volte che è stato presentato in parlamento. In questi anni, le quote all’interno dei seggi sono state incluse per caste e tribù programmate, cittadini angloindiani, ma non per altre caste inferiori; attualmente deve essere ancora discusso dal Lok Sabha, la camera del popolo, dopo essere stato approvato dal Rajya Sabha, la camera alta, nel 2010. Il disegno di legge sui seggi riservati alle donne in parlamento, se approvato, rappresenterà certamente una vittoria per l’ingresso delle Dalit in parlamento ma non sarà sufficiente a sradicare il sistema delle caste. Per far sì che questo avvenga, sarebbe necessaria un’azione radicale da parte delle caste superiori stesse, che dovrebbero riconoscere la violenza dei loro privilegi e mostrare solidarietà. Ciò nonostante, le Dalit continuano a combattere per i loro diritti e il movimento, sia in ambiente universitario che a livello delle comunità locali, si è sviluppato per includere l’intersezione fra casta e genere.

Le caste superiori, però, non sono ancora pronte a cedere: ne è testimonianza un episodio di cronaca recente che ha visto dei rappresentanti delle più agiate Thakurs e Raiptus  difendere quattro uomini della stessa casta accusati di aver stuprato una donna Dalit. Ciò dimostra come la piaga della mancata alleanza fra caste superiori e Dalit continui ancora oggi.

Questo articolo è stato scritto da Kushal Choudhary e pubblicato sulla rivista Feminism In India, potete trovare la versione originale dell’articolo qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/clarice/" target="_self">Clarice Santucci</a>

Traduzione a cura di: Clarice Santucci

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