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È ancora possibile tradurre?

Le polemiche generate dalla traduzione in Europa dell’opera di Amanda Gorman pongono l’industria editoriale di fronte a diversi problemi.

Nel 399 d.C., Fǎxiǎn, un monaco cinese del periodo Jin, andò in pellegrinaggio nel subcontinente indiano per consultare le scritture buddhiste. Ritornò in patria dopo tredici anni e trascorse il resto della sua vita a tradurle, alterando profondamente la visione del mondo in Cina e cambiando la storia dell’Asia e non solo.

Dopo Fǎxiǎn, centinaia di monaci cinesi compirono viaggi simili, portando alla diffusione del Buddhismo lungo la via del Nirvana e al libero spostamento di medici, mercanti e missionari.

Insieme agli altri due grandi momenti di intensa attività traduttiva, quello greco-arabo durante i califfati Omaiadi e Abbasidi (dal II al IV secolo d.C. e dall’ VII al X secolo d.C.) e quello indo-persiano (dal XIII al XIX secolo d.C.), questi eventi rappresentano i principali tentativi di traduzione della conoscenza attraverso i confini linguistici.

Trascendendo le barriere di lingua e spazio, gli atti di traduzione hanno toccato e trasformato ogni singolo aspetto della vita: dalle arti all’artigianato, dalle credenze ai costumi, dalla società alla politica.

Considerando l’ultimo incidente nell’acceso, ma necessario, dibattito sulla rappresentazione nelle arene creative e culturali, oggi nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile.

Il mese scorso Marieke Lucas Rijneveld, che ha vinto il premio letterario International Booker Prize con  Il disagio della sera (tradotto in inglese da Michele Hutchison e in italiano da Stefano Musilli), è statǝ selezionatǝ per tradurre la raccolta di poesie The Hill We Climb della poetessa ventiduenne americana Amanda Gorman, per la casa editrice olandese Meulenhoff.

Fu la stessa Gorman a scegliere Rijneveld. Però, a causa dello sdegno suscitato dal fatto che una persona bianca che scrive narrativa fosse stata scelta per tradurre una fiera donna nera che scrive poesia sperimentale, Rijneveld lasciò il lavoro dicendo:

«Capisco le persone che si sentono ferite dalla scelta di Meulenhoff di farmi tradurre l’opera di Amanda […] mi sono dedicatə con gioia alla sua opera, cercando di mantenerne la forza, il tono e lo stile. Nonostante ciò, mi rendo conto che sono in una posizione che mi permette di pensare e sentire in questo modo, mentre molti non lo sono.»

Nel frattempo, anche il traduttore catalano di poesia Victor Obiols ha comunicato alla stampa che la casa editrice di Barcellona Univers lo aveva sollevato dall’incarico: «Non hanno messo in dubbio le mie capacità, ma stavano cercando un altro profilo: una giovane donna attivista e preferibilmente nera.»

Viviamo in un mondo in cui le controversie sull’appropriazione culturale e la politica identitaria sono all’ordine del giorno. Gli squilibri di potere creati dalle forze gemelle di colonialismo e capitalismo vengono interrogati su ogni piano.

Era solo una questione di tempo prima che anche il campo della traduzione venisse incendiato da questo tipo di polemiche.

Di solito invisibili e dati per scontato, gli atti traduttivi ci circondano in ogni momento. Ma nel campo della traduzione letteraria, argomenti quali la voce autoriale e la posizione del parlante sono estremamente importanti.

I creativi e le creative marginalizzatǝ e il loro crescente pubblico stanno assumendo importanza nel mercato editoriale globale, controllato quasi totalmente da una minoranza dominante che detiene il potere assoluto per ciò che riguarda la rappresentazione.

Quindi è normale che alcuni abbiano portato l’attenzione sulla miriade di artiste della parola eminentemente qualificate per tradurre in nederlandese. E sicuramente coloro che lavorano nel mercato editoriale olandese potrebbero ampliare i loro orizzonti e abbracciare la diversità.

Ciò nonostante, se gli umani traducessero solo ciò che è loro famigliare come potremmo mai avere anche solo un sentore del meraviglioso ed estraneo mondo che c’è là fuori?

La traduzione letteraria implica lottare corpo a corpo contro profonde differenze in termini di lingua, immaginario, contesto, tradizione e visione del mondo.

Nulla di tutto ciò entrerebbe nella nostra quotidiana coscienza se chi ha il compito di tradurre non si fosse immerso in acque inesplorate per amore di un’altra lingua, di un altro mondo.

Tradurre è resistenza

Chi traduce trasporta significati, materia, metafisica e tutta la magia potenzialmente sconosciuta ai mezzi e alle convenzioni della propria lingua. Il richiamo del bizzarro, dell’estraneo e dell’alieno è necessario per ogni atto traduttivo.

È l’elemento essenziale dell’ignoto che anima la curiosità della traduttrice e ne sfida la tempra intellettuale e la deontologia. Anche quando chi traduce proviene o appartiene alla stessa cultura dell’autrice o dell’autore originale, l’arte della traduzione risiede nelle spinte opposte originate dalle differenze reciproche.

Attraverso opposizioni e abrasioni, una traduzione creativa permette a un nuovo significato e a nuove sfumature di emergere.

Noaki Sakai, uno storico e traduttore giapponese della Cornell University, scrive riguardo la complessità storica di questo processo: le pratiche della traduzione sono «sempre conniventi con la costruzione, la trasformazione e l’interruzione degli squilibri di potere.»

Tradurre è dominio

La traduzione è stata anche uno strumento di dominazione durante il colonialismo. La Malinche , per esempio, fu l’intermediaria e l’interprete del conquistatore Hernán Cortés nel sedicesimo secolo durante la conquista dell’impero azteco da parte degli spagnoli.

La Malinche con Hernán Cortés, Jujomx, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Patyegarang fu la prima, in Australia, ad insegnare la lingua aborigena a William Dawes, uno dei primi coloni, e fu una figura cruciale per la sopravvivenza della lingua Gamaraigal nel territorio controllato dalla tribù di Eora. A quindici anni, in quanto donna che aveva superato un rito di iniziazione, era la pari intellettuale di Dawes. Imparò l’inglese da lui e al contempo negoziò un rapporto fondato sulla mutua traduzione tenendo sempre ben presente la propria eredità culturale.

In entrambi i casi, gli imperialisti europei impararono come sopravvivere nelle terre che stavano conquistando grazie alla traduzione. Inoltre, usarono quelle stesse lingue per inventarsi la superiorità della civiltà occidentale, il tutto a discapito delle culture indigene.

Come ci spiega la traduttologa Tejaswini Niranjana, la traduzione: «forma e prende forma dalle relazioni asimmetriche di potere poste in essere dal colonialismo.»

Tradurre non è un’attività neutra: si opera in una complessa trama di relazioni socio-politiche, in cui le varie parti hanno interessi nella produzione, diffusione e ricezione delle storie e dei testi.

La professoressa universitaria Sabine Fenton e il professore Paul Moon si sono interessati alla deliberata manipolazione della traduzione del Trattato di Waitangi, un esempio strategico di omissione e selezione coloniale che portò alla «cessione della sovranità Maori alla corona inglese.»

Una vergognosa contraffazione fu, in particolare, la sostituzione della parola mana (sovranità) con Kawanatanga (governo) che ingannò molti capi Maori inducendoli a firmare il trattato.

Il trattato di Waitangi Archives New Zealand from New Zealand, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Nelle situazioni di guerra e conflitto, con gli spostamenti che ne risultano, la traduzione diventa di nuovo un’arma che privilegia i potenti. Ne è un esempio l’impenetrabile burocrazia, scritta nella lingua dominante, che governa i destini di rifugiatǝ e richiedenti asilo.

In questo contesto così teso, il caso Gorman e Rijneveld diventa un parafulmine per parlare di ingiustizia sociale persistente e di gruppi marginalizzati. 

Tradurre è diplomazia

In assenza di un contesto paritario in cui le voci di ogni scrittrice e ogni scrittore vengano prese in considerazione nel mercato editoriale globale, si evidenzia il bisogno di una sensibilità post-coloniale e di un’attenzione al passato.

Rijneveld ha dimostrato questa sensibilità. Dopo aver rinunciato a tradurre Gorman, ha composto una poesia:

Perduta mai fu la resistenza, spinta primordiale di gioia e dolore,
Mai con la bocca aperta alle prediche di piazza,
Mai inermi al racconto del mondo cantato da voci uguali,
a torto o a ragione, mai ignavi.

Pugni alzati.
Pugni alzati contro i bulli,
Pugni alzati contro le etichette,
Pugni alzati contro le rivolte dei non lo so che abitano la tua mente.

Sebbene la questione della rappresentazione sia uno degli imperativi morali del XXI secolo, è mia modesta opinione che nel regno della traduzione letteraria, la spinta dell’ignoto sia una fra le più importanti ovvietà di questo mestiere: “le rivolte dei non lo so” di Rijneveld.

Stiamo già perdendo una lingua ogni quindici giorni: ben la metà delle 7000 lingue che si parlano nel mondo si estingueranno alla fine di questo secolo. Eppure, è stato spesso dimostrato come la diversità linguistica sia un indicatore di diversità genetica e quest’ultima è fondamentale per la sopravvivenza della specie.

Se gli esseri umani traducessero solo ciò che è conosciuto all’interno delle loro quattro mura, o quello che rientra nei limiti della loro immaginazione, si perderebbe qualcosa di essenziale sia in traduzione che nel panorama linguistico dissoluto che prolifera nella nostra umanità.

Tradurre è attivismo

Non viviamo in un mondo post-razziale. Non viviamo in un mondo senza confini, come ci è stato violentemente ricordato dalla pandemia. Per chi traduce ai tempi della globalizzazione, è essenziale il superamento dei confini etnici e linguistici, accettando la sfida che pone il confrontarsi con l’altro.

Nel mio lavoro, ho collaborato alla traduzione di opere poetiche aborigene, tribali e Dalit. Questo ha necessariamente implicato il duro compito di comprendere le abissali discrepanze storiche.

Sì, le iniquità strutturali aumentano di giorno in giorno a causa del capitalismo, fedele compagno delle continue macchinazioni del colonialismo. Traduttrici e traduttori non vivono nel vuoto. Non siamo immuni alle forze del razzismo sistemico.

Ma perché mai Rijneveld ha dovuto rinunciare al lavoro come individuo? Per quale motivo questa storia è tutta concentrata sulle azioni individuali anziché sui radicati modelli di funzionamento di case editrici come Meulenhoff?

Per raggiungere la parità, la trasformazione deve essere strutturale, non può ricadere sulle spalle del singolo traduttore o della singola traduttrice, rendendoli così, come sempre, un capro espiatorio per l’intera industria editoriale.

Editori e amministratori delegati delle maggiori case editrici del mondo (ossia quelle occidentali) sono per lo più bianchi. Il che ci pone di fronte alla solita domanda: e se la classe dirigente editoriale riflettesse la diversità della nostra società secondo assi di classe, genere, razza, orientamento sessuale e abilità?

Provate a immaginare se anche solo una delle principali case editrici australiane fosse guidata da una persona non bianca.

Case editrici, riviste letterarie e istituzioni culturali hanno il dovere di invitare un mondo diversificato di traduttori e traduttrici a farsi carico di ciò che deve essere fatto.

Ciò nonostante, una traduttrice deve rispondere alle esigenze di integrità e immaginazione tanto quanto a quelle storiche e sociali. Deve buttarsi anima e corpo nel difficile compito di essere in un altro tempo e in un altro posto, scontrandosi con la barriera delle proprie supposizioni e mire.

Solo immaginando una torre di Babele di differenze queste possibilità radicali potranno prendere vita.

Questo non significa che chi proviene da un ambiente culturale simile a quello di chi scrive non riuscirà a intraprendere il lavoro di traduzione in modi che sfidano la resistenza creativa che tale compito implica. Ma il campo deve rimanere aperto a chiunque vi sia chiamato.

La traduzione letteraria spesso si basa su felici accidenti e impegno appassionato. La Vegetariana di Han Kang, pubblicato nel 2007 in Corea del Sud, divenne un bestseller negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel 2016 dopo che Deborah Smith, che aveva imparato il coreano solo da sei anni, decise di intraprendere l’impresa.

La sua traduzione ha ricevuto delle critiche, ma non a causa di un problema di rappresentazione. Parte della bellezza della traduzione risiede nel fatto che i testi possono essere criticati e tradotti più e più volte.

Il filone della traduzione viene arricchito continuamente da esempi di ritraduzioni, come le dieci traduzioni in inglese di Anna Karenina di Tolstoj o le due di Il libro nero di Orhan Pamuk.

L’atto e l’arte di tradurre richiedono il permesso di trascendere i confini, di commettere errori, e questo permesso deve essere rinnovato a chiunque senta il richiamo impetuoso dell’ignoto.

Imbrigliare questa libertà in categorie e compartimenti che imprigionano la nostra creatività è un disservizio all’immaginazione umana.

Quindi lasciamo che sboccino migliaia di traduzioni: questo sarebbe il punto di partenza, e non la fine, della traduzione per come la conosciamo oggi.

L’autrice di questo articolo è la professoressa Mridula Nath Chakraborty che insegna all’università di Monash in Australia. Si occupa in particolare di femminismo postcoloniale, letterature del subcontinente indiano e culture diasporiche e traduzione. L’articolo è stato pubblicato su The Conversation e potete leggerlo in originale qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/erica/" target="_self">Erica Francia</a>

Traduzione a cura di: Erica Francia

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