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Come il capitalismo ha rovinato il sesso

Nove modi in cui il capitalismo influenza il nostro approccio alle attività non produttive, in particolare il sesso.

Il piacere sessuale è un argomento difficile da circoscrivere e comprendere. Se qualcosa piace o ci fa provare del piacere, significa che non dovrebbe più essere messo in discussione o analizzato con uno sguardo critico? Cosa significa, poi, “provare piacere”? Eccitarsi? Trarne soddisfazione emotiva? Investire su di esso come base per una relazione che porti gioia e soddisfazione?

I tentativi di porre e dare una risposta a queste domande raramente contemplano il fatto che il capitalismo ha alterato profondamente il modo in cui le persone si relazionano tra loro, specialmente nel tempo libero. Soprattutto negli Stati Uniti, dove studio la sessualità ed esercito la pratica clinica, è chiaro che la nostra versione dell’ultima fase del capitalismo – modellato da un consumismo rampante, un neoliberismo dell’ognun-per-sé e un persistente Puritanesimo avverso al sesso – ha limitato e distorto la nostra abilità di provare piacere. In particolare, lo ha fatto strappandoci via qualsiasi alternativa che non aderisca ai dettami del lavoro. Questa attenzione al lavoro è accompagnata dal principio per il quale potere e diseguaglianze di classe sono inevitabili. Ebbene, se le persone devono sempre lavorare, sempre produrre, sempre operare all’interno e attraverso la logica del capitalismo, cosa accade al sesso e alla sessualità? Le risposte variano, ma in breve: nulla di buono. Ciò è particolarmente acuito per le donne, che patiscono in misura maggiore gli effetti combinati del capitalismo e del patriarcato, e la cui sessualità e autonomia fisica sono state storicamente trattate con disprezzo.

La vita moderna negli U.S.A. include diversi aspetti che erodono la propensione alle relazioni sociali, tra i quali impieghi monotoni, turni disomogenei, orari di lavoro lunghi e punitivi, stipendi bassi, l’ossessiva connessione agli smartphone, l’avvilente pendolarismo e le distruttive interazioni con colleghə e clienti. La pandemia ha reso questi aspetti della vita lavorativa ancora più intollerabili; l’infelicità dello status quo ha portato alle Grandi Dimissioni e, ora, al rifiuto da parte di moltə di tornare in ufficio.

Eppure, a prescindere da quanto si sia cominciato a svelare circa le desolanti condizioni dell’equilibrio vita-lavoro, cionondimeno le persone si sono abituate a trattare le relazioni sociali e intime più come beni di consumo che come rapporti di intrinseco valore. Il capitalismo si intromette e si infiltra negli aspetti apparentemente non-economici della vita, come l’amicizia, il tempo libero e il ménage familiare. Questa spinta è esemplificata dalla rubrica dei consigli del New York Times, che raccomanda di mantenere un’ampia rete di «amicizie occasionali a basso costo». Sebbene chi scrive dichiari che queste connessioni hanno dimostrato di generare felicità, tutti gli esempi che porta a suffragio sono utilitaristici, come quello di massimizzare le prospettive lavorative. 

Il capitalismo statunitense altera profondamente anche i modi in cui le persone fanno sesso – non influenza solo chi, cosa, perché e dove, ma s’infiltra persino al livello degli affetti: la gioia, la soddisfazione, le lamentele, i traumi, l’ansia e il disagio. In questo articolo, definisco nove modi in cui la nostra specifica versione del capitalismo sta distruggendo la vita sessuale delle persone, attingendo dalle mie esperienze come psicoterapeuta specializzata in sessualità e come ricercatrice nell’ambito dei Women’s studies.

1. L’avversione al tempo libero e al riposo

In prima linea nell’assalto capitalista alle vite sessuali degli e delle statunitensi vi è la fondamentale avversione che hanno verso il tempo libero, e il senso di sfiducia e sospetto per coloro che dichiarano di voler riposare, giocare o poltrire. Godiamo del minor numero di giorni di ferie dell’intero emisfero nord del pianeta, e addirittura molti impieghi negli Stati Uniti non li prevedono nemmeno. L’ascesa del lavoro precario e occasionale ha posto un ulteriore limite alle opzioni per i lavoratori e le lavoratrici che debbano curarsi o riposarsi. Ovviamente, persino gli e le statunitensi che ne hanno diritto spesso non sfruttano i giorni liberi. Siamo tra lə lavoratorə meno propensə a prendersi delle vacanze, e rinunciamo a quasi la metà di quelle assegnate. Uno studio del 2013 ha concluso che molte persone sono così abituate a lavorare e interagire in attività strutturate che considerano il tempo libero fine a sé stesso una fonte di intenso stress.

Proviamo persino a spremere più produttività di quante ore ci siano a disposizione in un giorno. Ci posizioniamo tra le persone meno riposate tra i paesi sviluppati, con una media di 6.8 ore di sonno per notte, il che lascia il 40% degli e delle statunitensi cronicamente in debito di sonno. Il 30%, poi, dorme persino meno di sei ore, in particolar modo chi lavora nelle manifatture o svolge turni di notte, come nel settore dei trasporti e della sanità. La vita delle persone in carenza di sonno si sfalda: più incidenti, conflitti familiari, prestazioni lavorative e accademiche calanti, più problemi fisici e cognitivi, e meno attenzione alla sensualità, al mangiar bene, alle relazioni. Stiamo diventando un paese di persone dirette da capə che ritengono l’uso del bagno “una perdita di tempo”.

La normalizzazione del lavoro “tutti i giorni, tutto il giorno, tutto l’anno” – dove si dimostra la propria dedizione riducendosi allo stremo e non chiedendo permessi, persino laddove meritati – porta a una dimensione culturale nella quale l’ozio è accolto dal sospetto, dal disprezzo, dall’ostilità. Le donne ne portano il peso maggiore, poiché ci si aspetta che affrontino la vita professionale e personale come dei lavori, e di conseguenza finiscono spesso a lavorare senza fermarsi, tutto il giorno, per soddisfare le richieste lavorative e familiari.

Questa frenesia si manifesta spesso come una “virtuosa” diffidenza verso il piacere e il riposo, con il fine di distinguerci da quell’Occidente amante della sensualità (come Italia, Spagna, Grecia, Francia) e da quei paesi che hanno intessuto pennichelle e riposo nelle loro giornate (ad esempio, Filippine, Messico, Costa Rica, Ecuador, Nigeria). Questa sfiducia interiorizzata ha condotto a una moltitudine di sintomi sessuali che rivelano la seria svalutazione del piacere e di un sesso basato sulla reciprocità, che si prende i suoi tempi. Abbiamo meno tempo per il sesso in generale, quindi optiamo per delle “sveltine” o dei rapporti frettolosi che solitamente sono meno piacevoli per le donne, o addirittura per il sesso virtuale invece che fisico. Un’alta percentuale di statunitensi ha riferito di usare il proprio telefono in bagno (75%), sotto la doccia (12%), nel luogo di culto (19%), e durante il sesso (9-20%). 

2. L’orgasmo: un bene di consumo

Il simbolo forse più emblematico di come la logica del capitalismo statunitense si intrometta e distrugga le nostre vite sessuali è l’enfasi che pone sull’orgasmo in qualità di prodotto. Così, persino gli aspetti più piacevoli dell’intimità sono diventati sorprendentemente laboriosi e tediosi, più simili al lavoro che al divertimento. Il sesso ha iniziato a imitare la mentalità aziendale, che enfatizza il controllo efficiente del comportamento dei lavoratori per ottimizzare la produttività e minimizzare il tempo necessario a espletare i compiti.

Si considerino le sbalorditive percentuali di donne che fingono l’orgasmo (o meglio, che producono il “bene di consumo” atteso dal sesso); una mia precedente indagine ha evidenziato che almeno la metà delle donne ha finto un orgasmo, con una significativa percentuale che affermava di farlo spesso. Quando il mio team di ricerca ha chiesto il perché, le intervistate hanno risposto con una pletora di motivazioni: la paura di ferire il partner, la stanchezza, il desiderio di concludere il rapporto, la preoccupazione di sentirsi “normale”, le paure e le insicurezze sul sesso in generale, e il tentativo di aumentare la propria eccitazione. La spinta a produrre qualcosa ha creato un ambiente nel quale si richiede alle donne una fatica emotiva per mantenere alto l’ego dei partner. Persino le donne che lo raggiungono hanno riportato tassi di soddisfazione sessuale sorprendentemente bassi, spesso descrivendo l’orgasmo come “obbligato”, il che porta a pensare che la ricerca dell’orgasmo possa essere così macchinosa da distruggere il piacere intrinseco del sesso.

Le coppie in terapia non di rado indicano l’orgasmo come necessario affinché il rapporto sessuale “conti” come tale. «Qual è il senso altrimenti?» è un’affermazione che sento spesso. Il sesso senza orgasmo, o che non è indirizzato al suo ottenimento, è sempre meno considerato buon sesso. In uno dei miei recenti studi, molte donne hanno detto di sentirsi sotto pressione per raggiungere il piacere e per convalidare l’“impegno” e la “fatica” che i partner avevano investito su di loro, come se l’intimità senza ciò non avesse scopo. L’orgasmo è diventato il prodotto e il risultato atteso dal sesso, che non è più visto come un veicolo di piacere, connessione, divertimento o abbandono.

3. Parlare di sesso piuttosto che farlo

La nostra diffidenza verso il piacere ha portato a declassare il sesso tra le nostre priorità, ma siccome non poteva essere completamente eliminato, è stato soppiantato dalle conversazioni sul sesso. Come scrive il teorico culturale Michel Foucault, «Almeno, abbiamo inventato un tipo diverso di piacere: […] il piacere del parlare del piacere». In altre parole, ci interessa discutere e pensare al sesso più che farlo. Le conversazioni proliferano, il sesso no.

Vi è poi un abbondante immaginario sessuale che pervade la cultura degli USA, incluso quello che la sociologa Bernadette Barton ha definito “pornificazione della vita quotidiana”, che comprende l’uso dilagante, dalla pubblicità alla politica, di rappresentazioni degradanti e volgari delle donne. Contenuti a sfondo sessuale pervadono tutti i media con i quali interagiamo, eppure le persone riportano un ridotto interesse nell’avere rapporti. Nel migliore degli scenari, gli e le statunitensi fanno sesso dalle 6 alle 8 volte al mese. Mentre l’uso degli smartphone e l’iperconnettività aumenta, questi numeri sembrano pronti a calare.

In breve, si valorizzano più le conversazioni sul sesso che il sesso stesso, fenomeno che ha permesso a quest’ultimo di diventare poi un prodotto venduto, discusso, e immaginato nel mercato pubblico. Si lascia sempre meno spazio all’intimità, si ha meno tempo da dedicargli e gli si riconosce sempre meno valore nella vita in generale.

4. L’insistenza sull’oscenità del sesso

Negli USA, sesso e oscenità si fondono prepotentemente; la cultura statunitense ha insistito molto su questo aspetto quale cardine del contesto operativo della propria politica sessuale. Molte delle nostre istituzioni danno per scontato, e continuano a rinforzare, il concetto che il sesso sia “sporco” e che questa sia una verità di fondo. Tutte le settimane in chiesa, se ne parla in termini di “peccato” (nello specifico, del cliché dell’uomo tentato da donne lascive). Nessuno, nell’emisfero nord del pianeta, è più religioso degli e delle statunitensi: le nostre chiese investono enormi energie nel contenere e controllare la sessualità e nello screditare le identità queer, specie tra teenager. Alcune istituzioni religiose patrocinano i balli della castità o della purezza, dove le ragazze e i loro padri partecipano a un evento dal sapore nuziale, e la giovane riceve un anello da parte del genitore in cambio di un giuramento di castità fino al matrimonio. Le scuole, sempre ammesso che insegnino educazione sessuale, propongono il sesso come un’attività rischiosa, zeppa di malattie, spaventosa, tendente alla violenza, alla diffusione dei contagi e svuotata di piacere. O, più recentemente come si è visto con le leggi “Don’t Say Gay” della Florida, sta avendo luogo una degradazione del sesso e della sessualità tale per cui ogni discorso riguardante l’identità sessuale è considerato alla stregua del propinare pornografia a dellə bambinə o cercare di molestarlə.

L’oscenità influenza anche il modo in cui si formano le fantasie sessuali, sia durante i rapporti con altrə che durante la masturbazione. Le donne apprendono a fantasticare ed erotizzare la loro mancanza di iniziativa e potere (per esempio, il farsi fare qualcosa piuttosto che il farlo ad altrə). Il porno è zeppo di rappresentazioni di donne che le mostrano come oggetti di umiliazione, degradazione e violenza. Il “dirty talk” – un’espressione che già di per sé collega la sessualità alla sconcezza – è diventata un mezzo sempre più popolare per esprimere il desiderio sessuale. Persino fare ricerca su questi fenomeni in qualità di studiosə del sesso implica lo stigma di dedicarsi a un lavoro “sporco”.

Nel loro insieme, questi esempi indicano che la capacità di immaginare la sessualità al di fuori dell’oscenità e della sconcezza sia divenuta molto limitata. La poetessa e critica nera Audre Lorde ha offerto una distinzione tra erotico e pornografico. L’erotico, sosteneva, comprende le prerogative gioiose e vitali del sesso, mentre il pornografico è basato sul potere, esalta la disuguaglianza e tratta il sesso come oscenità. Tenuto conto di questo modello, appare chiaro che il nostro approccio culturale si appoggi solidamente sul pornografico. La nostra è una cultura del sesso su Internet e della masturbazione veloce, piuttosto che della lenta, potente creatività sessuale.

Tutto questo favorisce gli interessi del capitalismo. Se il sesso è qualcosa di sporco, le persone possono sperimentarlo solo con disgusto, vergogna, tabù; la sessualità viene tagliata fuori dagli altri aspetti della vita, e può essere a loro rivenduta come bene di lusso. Il sesso diventa un farmaco per alcunə, un impegno per altrə, un fenomeno mediato per altrə ancora. Le persone che si aspettano poco più dal sesso che un momentaneo sollievo tollereranno anche una vita e degli spazi lavorativi senza gioia né piacere. Tanto più ci si affiderà a versioni mediate della sessualità – attraverso fantasie pornografiche, o istituzioni che ribadiscono il suo essere osceno, sbagliato – più il sesso diventerà un veicolo di regressione e oppressione, invece che di appagamento, resistenza, immaginazione, o possibilità.

5. Dinamiche di sottomissione/dominio

Il capitalismo sostiene che lo squilibrio di potere debba infondere pensieri ed esperienze erotiche, come qualsiasi altro aspetto della vita sotto la sua egida. Molte persone si sono abituate così tanto alle dinamiche che derivano dalle strutture di potere, dalle gerarchie e diseguaglianze sul lavoro che ora sono desiderose di ricrearle nella vita intima. La presenza permeante di dominio e sottomissione – o l’insistenza sull’affidare il comando a una persona, mentre l’altra ne è priva – perpetua l’idea che il potere non possa essere diviso equamente. Il sesso come concessione o presa di potere è divenuto la norma.

Come ricercatrice in ambito sessuale e come studiosa femminista, non sottolineo ciò per puntare il dito contro dei desideri particolari, ma piuttosto per ribadire che non c’è una via per un sesso migliore, culturalmente parlando, che non incorra nella domanda sul perché dominio e sottomissione risultino desiderabili a moltə di noi. Sostengo che queste dinamiche attraggono perché, in parte, riflettono ciò che le persone sperimentano nella loro vita quotidiana: la perdita di uguaglianza, la perseveranza nel sottomettersi a condizioni lavorative qualitativamente sempre peggiori (e sottopagate), la sopravvalutazione dell’autorità e dell’élite al potere, e l’umiliazione come pane quotidiano.

Il capitalismo statunitense offre condizioni lavorative che strappano via l’umanità dalle persone: esse si sobbarcano fatica emotiva, non sentendosi coinvolte nel loro stesso impiego, si ritrovano stanche e stressate, mal sopportano capə e colleghə (e raramente trovano solidarietà tra di loro contro la classe dirigente), affrontano lunghe tratte da pendolari e condizioni lavorative proibitive, e hanno poca creatività, autonomia o controllo sulla loro vita professionale. Il capitalismo normalizza il dominio e la sottomissione, il controllo del lavoro e del tempo, delle ineguaglianze tra lavoratori e lavoratrici. Quello statunitense, inoltre, richiede di lavorare costantemente fino allo stremo: un contesto culturale che va nella direzione opposta rispetto alla mutualità, alla condivisione delle scelte, alla connessione e al piacere tra partner.

6. La negatività verso emozioni e desideri

Sotto il capitalismo, lavora bene chi ha il saldo controllo delle sue emozioni e non le mostra sul posto di lavoro. È data priorità all’efficienza e al pensiero produttivo, non a ciò che si prova, all’affetto, all’intuito e ai desideri. Tutto questo porta a un certo grado di alienazione nel quale le persone si vedono coinvolte in azioni senza significato e si sentono estraniate da ogni percezione delle loro emozioni.

L’equazione si trasferisce anche in camera da letto. Le persone evitano le proprie emozioni durante il sesso o cercano rapporti che ne siano privi; desiderano (o tollerano) relazioni da “amici con benefici” dove il sesso è “solo sesso”, o di tipo aperto, dove non si provino emozioni romantiche verso altrə partner. In modo similare, la concezione del sesso inteso come sport, o l’idea che il coinvolgimento emotivo rovini o diminuisca l’emancipazione sessuale, sono emerse nel modo in cui le persone pensano alla sessualità.

Il recente incremento della popolarità delle relazioni senza impegno e senza legami affettivi ha creato numerosi problemi nella vita intima di moltə, perché idealizza il sesso senza coinvolgimento e svaluta la vulnerabilità emotiva. Le ricerche sui rapporti tra “amici con benefici”, per esempio, mostrano che si valorizzano le forme di intimità tradizionalmente “maschili” (niente emozioni, nessun legame) mentre si svalutano approcci “femminili” che accentuano la presenza dell’emotività. Le donne coinvolte in queste relazioni spesso riportano più malessere, senso di colpa e vergogna rispetto agli uomini. Al contrario di quanto si creda, il sesso occasionale raramente offre, all’atto pratico, una sovversione delle norme culturali, rinforzando invece troppo spesso le dinamiche sessuali e di genere tradizionali.

La nostra cultura non dà miglior prova di sé quando si arriva alle fantasie sessuali in astratto. Solitamente, i programmi di educazione sessuale non le menzionano nemmeno come parte della prima fase della vita sessuale, esattamente come moltə partner non ne parlano tra loro regolarmente. In terapia, lə pazienti non dimostrano grande interesse nel capire da dove queste fantasie provengano, o cosa possano significare, preferendo analizzare o negoziare gli aspetti comportamentali delle loro vite sessuali (per esempio, quanto spesso fanno sesso nella relazione, se fare la prima mossa o acconsentire al sesso). Le qualità cerebrali o immaginative/creative della vita sessuale sono spesso trascurate. Questo è un altro dei modi in cui il capitalismo statunitense ha influenzato il pensiero sulla sessualità, riducendola a corpi meccanici che fabbricano un prodotto (l’orgasmo) piuttosto che immaginarla come parte della creatività e dell’essere umanə.

7. La fusione del sesso e del consumismo

Il capitalismo insegna che il consumo è una parte necessaria della vita di tutti i giorni, e che si debbano indirizzarne tutti gli aspetti verso l’accumulazione sempre maggiore di oggetti, contaminando le vite sessuali in svariati modi. 

Per prima cosa, si concede alla pornografia – un genere che in larga parte manca di creatività, specialmente nel porno mainstream – di formare e rafforzare certi tipi di fantasie e desideri sessuali a spese di tutti gli altri. Tra i temi comuni nella pornografia troviamo: donne “al servizio” degli uomini, uso della violenza contro di esse, sesso forzato o imposto, netti disequilibri di potere, giochi di ruolo con adulte vestite da ragazzine, e un immaginario razzista.

In secondo luogo, molte persone fanno ricorso ai sex toy per aiutare a soddisfare o migliorare la vita sessuale. Questo implica che le donne si masturbino sempre più spesso usando giocattoli erotici invece delle dita, e che il sesso tra partner includa in misura maggiore gadget pensati per amplificare il piacere. Tuttavia, i sex toy possono alterare il senso delle proprie potenzialità sessuali. In uno dei miei recenti studi sulla masturbazione femminile, in molte hanno affermato che non sanno raggiungere il piacere senza un sex toy, e che farne a meno per arrivare all’orgasmo sia impensabile. Ma i giocattoli erotici vanno comprati – e alcuni sono anche piuttosto cari – cosa che rende il piacere raggiungibile solo acquistando un prodotto commerciale. E sebbene i negozi femministi di sex toy siano aumentati di numero e abbiano acquisito visibilità, la maggior parte non abbraccia apertamente tale modello. 

Infine, il tempo libero – potenzialmente uno spazio per riposare, fare sesso, decomprimere o socializzare – è stato progressivamente modellato dal consumismo, in quanto le persone associano il rilassarsi al consumare qualcosa (shopping, viaggi, trattamenti di bellezza). Se riposarsi vuol dire comprare, allora il tempo libero diviene preda dell’intrusione delle aziende, della pubblicità invadente, della competizione sociale, e del rischio di indebitarsi. Per contro, si dedica poco spazio e attenzione al piacere del riposo, all’interazione sociale non virtuale e scevra dal consumo, al contatto con la natura, o semplicemente al piacere di perdere tempo.

8. Sex work senza lə sex worker

Nel capitalismo, immaginare il sesso come lavoro invece che gioco permea le vite sessuali – e sappiamo tuttə che al lavoro non si gioca. Persino gli attori del porno raramente ridono, scherzano o sembrano divertirsi, nonostante il genere sia nato come umoristico. Il collegamento tra il sesso e il lavoro emerge nel lessico culturale che riguarda il sesso, fornendo così uno spiraglio dal quale la lingua riflette le priorità e la logica del capitalismo. I termini inglesi per “pompino” e “sega” – rispettivamente blow job e hand job – sottintendono entrambi che la donna che sta procurando all’uomo del piacere con la bocca o con le mani stia “lavorando”. Tracce di questo appaiono anche nelle più quotidiane rappresentazioni della sessualità, in particolare nel modo in cui le donne descrivono i diversi tipi di performance sessuali (gemere, mostrare entusiasmo, mitigando il danno all’ego del partner) o differenti modi di mostrare “autentiche” sensazioni erotiche.

Inoltre, moltə femministə hanno iniziato a includere nel concetto di lavoro sessuale non solo le prestazioni dietro compenso, ma anche quelle che hanno luogo nei rapporti sessuali di tutti i giorni tra uomini e donne. Cosa implicherebbe riconoscere che quasi tutte le donne sessualmente attive sono impegnate in un “lavoro sessuale”? Se si amplia questo concetto fino a includere coloro che associano il sesso al lavoro – ovvero, che si sobbarcano la fatica di creare esperienze sessuali per l’altrui piacere, o che considerano il sesso come l’ennesimo compito da portare a termine – il gruppo di chi svolge del lavoro sessuale si espande considerevolmente. Frammenti di quest’idea emergono ovunque nelle descrizioni fatte dalle donne circa le loro vite intime; dall’esplicito scambio di favori sessuali (sesso orale per aver lavato i piatti) fino all’implicita prassi di convalidare l’impegno sessuale (gemere rumorosamente durante un rapporto per mostrare al partner che i suoi sforzi hanno avuto un effetto positivo).

Riunire tutto ciò sotto il concetto di “lavoro sessuale” getta luce su quanto sia comune, e contestualizza le forme di lavoro più esplicite (prestazioni a pagamento) come una piccola parte di un più ampio modello culturale. 

9. L’esclusione di possibilità sessuali

Forse, il modo più catastrofico con cui il capitalismo statunitense distrugge la vita sessuale è escludendone alcune potenzialità. Come scrive la filosofa femminista Avital Ronell in Stupidity:

Il lavoro rende le persone stupide, privandole di attività essenziali di non-produzione, riposo, meditazione, gioco. Diventa eticamente necessario trovare un modo rigoroso per affermare il non-lavoro, sovvenzionare il riposo, la pigrizia, il ciondolare senza soccombere alla solita criminalizzazione o svalutazione del senso delle altre “attività”.

Così come il capitalismo rende difficile immaginare altre strutture economiche e sociali, il sesso, in questa cultura, manca di immaginazione. Diventa statico, prevedibile, costretto alla clandestinità, confinato in camera da letto, isolato dagli altri aspetti della vita. Le persone smettono di chiedersi cos’altro potrebbe essere il sesso, in che altro modo potrebbe presentarsi. Smettono di pensare fuori dagli schemi.

L’esclusione di alcune possibilità in ambito sessuale – un processo accelerato dall’esperienza traumatica della pandemia e dalla profonda misoginia di cui è imbevuta la recente perdita del diritto all’aborto – significa che il sesso raramente lavora come una forza creativa e spesso serve da spinta regressiva. Le persone non possono pretendere di più dalla cultura legata al sesso – film, pornografia, libri, corsi di educazione sessuale, formazione, collaborazioni e altro ancora – perché nemmeno loro riescono a immaginarla diversamente. Dobbiamo fare spazio a una sessualità piena di impulsi ribelli, creatività, ispirazione, entusiasmo, energia e potere, una che si collochi in opposizione al capitalismo. Come si può rendere il sesso una forza che sgretola le fondamenta o persino distrugge le istituzioni oppressive dei nostri tempi?

Potremmo non coltivare mai una sessualità completamente libera da vincoli culturali, disuguaglianze, strutture e pratiche problematiche e oppressive, ma siamo già molto più liberə di quanto ci sentiamo. Se la pandemia ci ha insegnato qualcosa, è che le regole sono volubili e si possono infrangere facilmente, che l’intero sistema e le sue strutture possono essere rovesciate e riorganizzate, che il rapporto delle persone con il lavoro e il tempo libero può e deve cambiare. Il rovesciamento di Roe vs. Wade, ha dimostrato che i diritti possono venire meno, che il progresso è una storia dolorosamente frastagliata, e che il sesso è stato anch’esso modellato dalle forze politiche del momento.

Possiamo immaginare una sessualità che si prende il suo tempo, che ama svagarsi, divertirsi e giocare, che non ha un prodotto o un obiettivo in mente, che vede altre possibilità in noi stessə, e tra partner? C’è spazio per una sessualità che si pensa più libera di quanto si senta, che evochi continuamente qualcosa di differente? I nuovi panorami di giustizia e resistenza ispireranno nuove forme di sessualità? Possiamo creare una politica ribelle del piacere, fatta di corpi e di sessualità, che scaturisca dal panorama politico desolante della legislazione antiabortista, delle politiche transfobiche, del bullismo grassofobico, e da quello della violenza della polizia contro la comunità nera, invece di vivere nella sua negazione? Possiamo chiedere al sesso di trasformare il mondo, invece di replicarne gli aspetti peggiori? Ne abbiamo una certa urgenza. Non possiamo permettere al capitalismo statunitense di consumare le possibilità sessuali. È necessario insistere nel chiedere qualcosa in più.

Questo articolo, tradotto da Beatrice Turri, è tratto dalla rivista Boston Review ed è stato scritto dalla professoressa Breanne Fahs. Potete trovare l’articolo originale qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/admin/" target="_self">Il Femminismo Tradotto</a>

Traduzione a cura di: Il Femminismo Tradotto

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