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Chi ha diritto all’amore?

La congiunzione tra abilismo e patriarcato influenza la nostra visione della sessualità delle persone con disabilità.

Mi sono addentrata con cautela nell’universo degli appuntamenti al buio tramite delle app di incontri grazie alla sicurezza che mi dava il poter nascondermi dietro a uno schermo. Terrorizzata dalla mia identità, non ho mai scritto “disabile” nella mia bio, perché temevo che nessuno avrebbe voluto conoscermi. In quel momento, vedevo la mia disabilità come uno svantaggio e non come una parte importante della mia identità.

Spesso, avevo paura di inviare messaggi vocali alle persone con le quali era scattato il “match” e che stavo conoscendo, temendo che la mia voce fosse “troppo stridula” o “troppo da disabile” per i loro gusti. Di conseguenza, cercavo di modulare la mia voce per farla sembrare meno simile a quella reale. Privandomi di aspetti rilevanti della mia personalità, mi sono trovata a dover creare un’identità alternativa online nella quale riuscivo a malapena a riconoscermi. 

Arrivavo in anticipo ai miei appuntamenti, in modo che non mi vedessero camminare con la mia stampella. Se qualcuno mi faceva domande invadenti e scortesi sulla mia disabilità, mi era difficile non rispondere: «No, non voglio rispondere perché ci siamo incontrati da appena due minuti ed è piuttosto scortese che la tua prima domanda su di me riguardi la mia disabilità».

Ho stabilito la regola di mandare un messaggio due giorni prima del mio appuntamento, scrivendo: «Spero non ti dispiaccia ma mi muovo con una stampella». Il linguaggio che usavo per descrivermi era rilevante. Mi sentivo di dover dare loro una spiegazione per la mia disabilità. Inoltre, cercavo disperatamente la loro approvazione, volevo che mi accettassero così com’ero, “anche se” ero disabile. Parole come anche se e nonostante sono indicative, perché rivelano come io stessa mi vedevo. Ricordate, anche il linguaggio che usiamo per parlare di noi stessə è importante.

Rivendicare e ridefinire gli standard di appuntamento per me stessa

Il mio percorso di donna con disabilità, che mette per la prima volta piede nelle app di incontri, e la strada per scoprire la mia sessualità sono stati solitari a causa della mancanza di consapevolezza intorno alle conversazioni che coinvolgono sessualità e disabilità. 

Sono cresciuta con nozioni patriarcali ed eteronormative della vita amorosa, che mi hanno condizionata e portata a credere che il mio valore si misuri in base alla capacità di trovare un partner romantico. Ho dunque sempre cercato l’approvazione negli altri prima di accettarmi io stessa. In questo modo ho legato la mia autostima al fatto che il mio partner accettasse il mio “io” disabile.

Crescendo in un mondo fatto a misura dei corpi standard, con nozioni di appuntamenti per corpi standard, ricordo che, quando ero alle superiori, una mia amica mi disse che «uscire con qualcuno alla nostra età significa che la gente attribuisce l’attrattiva alle caratteristiche fisiche». Il mio cuore è sprofondato e l’inadeguatezza si è insediata appena sentii le sue parole.

Lə adolescenti con disabilità spesso crescono con l’idea secondo la quale i nostri corpi non sono fatti per adattarsi al mondo in cui viviamo, sono strumenti che ci impediscono di fare tutte le cose che vediamo fare ai nostri amici con corpi standard, tra cui esplorare la propria sessualità e le proprie preferenze. Manca una vera e propria rappresentazione delle persone con disabilità: manca nel mondo degli appuntamenti, nelle conversazioni mainstream sulla sessualità e nei media, in cui le persone con disabilità non sono mai impegnate in relazioni sessuali, ma spesso assumono un ruolo secondario rispetto al protagonista dal corpo conforme. Così, i bambini con disabilità spesso diventano adulti con disabilità che hanno interiorizzato false nozioni sugli appuntamenti secondo le quali devi avere una certa abilità e statura per essere in grado di trovare un partner ideale.

Il cinema, per quanto si sostenga che esso abbia uno scopo ricreativo, ha il potere di influenzare la società e, allo stesso tempo, rifletterne anche il pensiero

Come la rappresentazione nei media ha contribuito al mio abilismo interiorizzato

Le nozioni sociali abiliste sono tali da farci credere che semmai una persona con disabilità dovesse sposarsi, dovrebbe farlo con una persona nella sua stessa condizione. Ci sono anche delle categorizzazioni all’interno. Un uomo sordomuto non può sposare una donna muta e viceversa, perché altrimenti come potrebbero prendersi cura l’uno dell’altra

Sono cresciuta fruendo programmi che hanno contribuito al mio abilismo interiorizzato e mi hanno fatto desiderare di “correggere” disperatamente la mia disabilità per poter apparire più comprensibile e attraente agli occhi degli altri.

Il mio primo incontro con l’abilismo nei media è stato il film Chup Chup Ke con Kareena Kapoor Khan e Shahid Kapoor. In questo film, un uomo chiamato Jeetu (Shahid Kapoor) finge di essere sordo e muto per fuggire dai suoi problemi. Shruti (Kareena Kapoor) è una persona muta nel film, ma non sorda.

La sua famiglia vuole che si sposi, ma il suo mutismo, secondo loro, non la rende una “partner desiderabile”. Jeetu ha una fidanzata, Pooja, che lascia per sposare Shruti. Il fratello di Shruti (che non sa che Jeetu sta fingendo la sua disabilità) si preoccupa che un uomo sordomuto possa vivere con una donna muta perché non può “proteggerla”. (Vi do un indizio: si tratta ancora una volta di uno sguardo patriarcale che mostra una donna disabile come una damigella in pericolo). Pooja accetta di cedere Jeetu a Shruti quando scopre che lei è muta, un gesto mosso dalla pietà. Il film dipinge dunque un’immagine molto triste della donna disabile, destinata a rimanere sola a meno che non trovi un cavaliere dall’armatura splendente che la salvi dalla rovina.

Il cinema, per quanto si sostenga che esso abbia uno scopo ricreativo, ha il potere di influenzare la società e, allo stesso tempo, rifletterne anche il pensiero. Questo tipo di rappresentazione abilista in film come Chup Chup Ke invalida le esperienze vissute dalle persone con disabilità e le categorizza come immeritevoli di rappresentazione; specialmente le donne, che presumibilmente non sono degne di venire rappresentate a meno che non trovino un uomo che le sposi nonostante la loro disabilità.

Attenti ai devoti alla disabilità

Sebbene i sentimenti comuni verso le persone con disabilità nel mondo degli appuntamenti siano l’apatia e la disumanizzazione, esiste anche il fenomeno meno conosciuto ma altrettanto umiliante dei “devoti”, cioè individui che feticizzano le persone con disabilità. Le conversazioni con un devoto di solito ruotano intorno ai temi della disabilità: i dispositivi di assistenza del loro partner, i suoi requisiti di accessibilità e i modi in cui possono prendersi cura della persona con disabilità. Una persona del genere essenzialmente fantastica sul controllo che può avere sul proprio partner e su ogni aspetto della sua vita. 

Una volta sono uscita con un devoto: il mio primo ragazzo lo era e voleva avere il controllo su ciò che indossavo, con chi uscivo, con chi interagivo. I devoti tendono a usare la manipolazione emotiva come strategia, sono ossessionati dagli aspetti della routine che hai costruito intorno alla tua vita come parte della tua esperienza di persona con disabilità. Quindi, una relazione con un devoto è sicuramente abusiva, soprattutto emotivamente, poiché cercano costantemente di convincerti che nessuno al mondo ti accetterà e ti amerà come loro. Questi uomini abilisti ed emotivamente manipolatori sulle app di incontri ci chiedono come possiamo “avere pulsioni sessuali ed essere disabili”: questa curiosità è il prodotto di secoli di standard sociali che hanno portato le donne disabili a sentire i propri corpi come inadeguati.

È giusto desiderare un corpo non disabile

La gelosia d’accesso è reale e non fa di te una cattiva persona: ti rende solo un essere umano. Mi sono sempre chiesta come facessero gli oratori a fare discorsi elaborati senza fare pause o a parlare in modo così convincente senza sembrare confusi, nervosi e spaventati. Prima, desideravo inserirmi in un mondo di corpi standard, ma ora ho capito che si tratta di un mondo troppo spaventato e troppo avverso a qualsiasi tipo di differenza. C’è un certo disagio nel vedere diversi tipi di corpi che prosperano ed esistono sulle app di incontri. In base a quanto questi corpi sfidano le norme sociali standard e non hanno paura di essere il loro sé autentico, vengono considerati l’altro deviante. 

Tuttavia, l’accettazione e la guarigione sono processi che non sono né lineari né semplici. Ci vogliono anni per curare un trauma e anche quando ci accettiamo, non è mai costante.

Lavori in corso

La Nu che sono oggi è una persona che ha acquisito potere dopo anni in cui ha dovuto disimparare, reimparare e de-condizionarsi. Nel corso degli anni ho imparato a essere più gentile con me stessa: a prendermi cura dei miei bisogni e a metterli davanti a quelli di chiunque altro. Ho imparato a non lasciare che gli uomini sulle app di incontri determinino il mio valore, o l’immagine che ho di me stessa. La disabilità è sicuramente una parte della mia identità e non ho paura di espormi al mondo come qualcuno che è disabile, queer e vulnerabile.

Questo articolo, pubblicato su Feminism in India, proviene dalla sezione Taking Up Space, curata e redatta da Anusha Misra. È stato tradotto per noi da Laura Razzini. Potete trovare la versione originale qui.

Traduzione a cura di: <a href="https://www.ilfemminismotradotto.it/author/admin/" target="_self">Il Femminismo Tradotto</a>

Traduzione a cura di: Il Femminismo Tradotto

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